Menu principale:
I Garibaldi
Spesso nulla spiega meglio l'ambiente di un uomo, delle testimonianze "a caldo" di coloro che lo visitarono. Così ho scelto, tra le innumerevoli, la testimonianza del grande pensatore rivoluzionario russo Bakunin che, scrivendo alla contessa Elisabeth Salhias de Tournemire, descrive l'ambiente di Casa Garibaldi e il suo incontro col Generale nel corso della visita che gli fece insieme alla moglie, dal 19 al 23 gennaio 1864:
" ...Garibaldi ci ha accolto molto amichevolmente ed ha prodotto su noi due un'impressione profonda. E' guarito del tutto, e benchè zoppichi un poco e forte come un leone e sta in piedi dalla mattina alla sera. Lavora nel suo giardino, il quale anche se non è bellissimo e straordinariamente interessante, perché è tutto seminato dalle sue mani sulla roccia e tra la roccia. La vista è triste e bellissima. Non c'è che una casa in pietra, bianca, pomposamente chiamata "Palazzo di Garibaldi", un'altra piccola di ferro ed una terza, ancor più piccola, di legno. Nel giardino ha giovani alberi e piante, aranci, limoni, mandorli, viti, fichi, le palmier aux dattes, ecc. ecc. e molti fiori. Erano fioriti del resto soltanto i mandorli e la bellissima rosa bianca.
"A Caprera c'era quella che in Russia chiamano estate. Siamo rimasti tre giorni e tutti e tre furono sereni. Anche le sere e le notti erano calde.
Da Garibaldi abbiamo trovato un giovane segretario politico, Guerzoni, che funge ora da anello nella nuova unione tra mazzini e Garibaldi, Basso, militare e marinaio, compagno americano di Garibaldi e i due figli di questi, Menotti e Ricciotti, oltre ad alcuni soldati e marinai garibaldini, in tutto una dozzina di persone. E' una vera repubblica democratica e sociale. Non conoscono la proprietà: tutto appartiene a tutti. Non conoscono neppure gli abiti da toilette, tutti portano delle giacche di grossa tela con i colletti aperti, le camicie rosse e le braccia nude, tutti sono neri dal sole, tutti lavorano fraternamente e tutti cantano. In alto sulla roccia sta un piccolo mulino a vapore e quando funziona è una festa per tutti. Tutti se ne occupano, gli uni portano l'acqua, gli altri mettono sotto il fornello degli arbusti e delle radici di cui è ricca Caprera, altri stanno stesi sulle roccie in pose pittoresche, parlano di politica, delle passate e future imprese, e cantano. In genere questa piccola adunata a Caprera di ragazzi sani, forti e gloriosi, di cui ognuno s'è già reso famoso per qualche gesta di coraggio, mi ha rammentato le prime pagine del "Corsaro" di Byron.
"Ma tra loro sta Garibaldi, grandioso, calmo, appena sorridente, l'unico lavato e l'unico bianco in questa folla d'uomini neri e magari alquanto trasandati. Egli è infinitamente buono e la sua bontà s'allarga non soltanto agli uomini ma a tutte le creature. Ama i suoi due tori, le sue vacche, i suoi vitelli, i suoi montoni e tutti lo conoscono e non appena egli appare tutti si rivolgono a lui ed egli accarezza ognuno o ad ognuno dice una parola buona. Mi ha raccontato che un giorno incontrò un'agnello che si era perduto e che stava cercando sua madre. Lo prese nelle sue braccia, lo portò con se, mise del fieno sotto il suo letto, ordinò che si portasse del latte ed una spugna e rimase steso tutta la notte con un braccio abbassato, tenendo la spugna che l'agnello succhiava. Il giorno dopo si alzò presto e passeggiò con l'agnello tra le braccia un'ora o due, fin quando non trovò la madre. Così pure ad un ragazzo che rompeva dei rami senza alcuna necessità disse "Percè fai così? bisoga aver rispetto di ciò che è vivo". La sua religione è la vostra, crede in Dio e nel destino storico dell'umanità. "Oltre a ciò io non credo a nulla" dice. Vi ho detto che ho notato in lui un dolore profondo e nascosto. Tale dovette essere il dolore di Cristo quando disse: "Il raccolto e maturo e pochi sono gli operai". Questo è il dolore di quest'uomo ormai anziano dopo aver dedicato tutta la vita alla liberazione e all'umanizzazione dell'umanità. E così anche i più grandi e fortunati uomini non raggiungono il loro scopo. Eppure bisogna sforzarsi e tirarsi dietro il mondo. In mezzo ad una lunga conversazione Garibaldi mi ha detto: "In questi ultimi tempi la vita m'è venuta a noia, io mi separerei volentieri da lei, ma vorrei morire in modo utile alla patria e alla libertà di tutti i popoli. Intendevo partire per la Polonia, ma i polacchi mi fecero dire che io sarei stato inutile là e che il mio arrivo avrebbe causato più danno che giovamento. Perciò ho rinunciato. Del resto io stesso ammetto che sarò più utile a loro quì che non là. Se faremo qualcosa in Italia, ciò sarà profiquo anche per la Polonia, che ora, come sempre, ha tutta la mia simpatia".
"E' chiaro che egli, con tutto il partito del movimento si prepara all'azione in primavera: in che cosa consisterà nell'azione è ancora difficile dire, gli ostacoli sono immensi. La guerra, o ciò che sarebbe meglio, la rivoluzione in Germania, potrebbero influire enormemente su tutto ciò...
"E' stato straordinariamente caro e gentile con mia moglie e con un'inglese che beveva non poco e aveva il naso rosso. Accompagnandoci la fece sedere su una sua barca ed essa pescò con un lungo bastone dei ricci di mare, e delle specie di frutti di mare.
"Il 23 siamo tornati a Genova, il 26 passando per Livorno sono giunto a Firenze e - ve lo dirò in segreto - sono già innamorato dell'Italia e ho dato la mia parola a mia moglie che in un mese parlerò italiano...".
Intorno a Garibaldi fioriva dunque "una vera repubblica democratica e sociale". In effetti, il limite tra questa comunità e l'anarchia era rappresentato per tutti quei giovani ardimentosi e avventurosi il principio moderatore delle passioni e l'esempio di una dirittura morale più unica che rara. Vicino a lui gli idealismi venivano incanalati nell'ideale, le animosità in ardire, le istintività elementari si plasmavano in qualità personali, la violenza e la durezza in forza e dedizione. C'era di tutto tra i garibaldini, venivano dalle più svariate provenienze. Non avevano un soldo assicurato: ogni tanto, tra una campagna e l'altra, il Generale riusciva a farli rientrare fra le truppe regolarmente pagate dalle regie casse e allora la paga era assicurata, ma essi non sapevano mai nè quanto nè per quanto tempo. tuttavia a Caprera i soldi non servivano: la comunità viveva secondo una regola evangelica e il frutto della terra e i doni che giungevano spesso dagli ammiratori sfamavano e vestivano tutti.
L'unico sempre pulito era Garibaldi; i suoi uomini conoscevano soltanto l'igiene di salutari bagni di mare. Nei locali vari in cui la casa si articolava, dentro e fuori dal nucleo principale, c'era un disordine da accampamento, assolutamente casuale, gagliardo, fuori ordinanza, "garibaldino" insomma. Chi visita oggi il lindo Museo, non può certo farsi un'idea dell'ambiente tra il 60 e il 70.
Il tempo passava tra caccia, pesca, periodiche visite a La Maddalena per poter bere un pò di buon vino fuori vista dal generale che era astemio, oppure per un incontro con una bella maddalenina.
Ognuno lavorava o non lavorava a seconda delle proprie inclinazioni: la terra era coltivata da Garibaldi e da alcuni contadini pastori; gli altri davano una mano casualmente e comunque sempre per amore del Generale. Ma appena questi chiedeva qualunque cosa che rientrasse nell'aspetto militante di quello strano cernobio, scattava nell'interpellato l'imperativo all'obbedienza ed allora ciascuno era pronto per qualsiasi impresa, anche la più rischiosa o la più scomoda. Da un'attimo all'altro, ciascuno era tranquillamente disposto a saltar su una barca e partire per qualsiasi punto del globo a portare messaggi a un re, a un ministro, o a combattere una guerra di indipendenza per qualunque popolo, o a sfidare una qualsivoglia polizia per fomentare una rivolta o liberare un prigioniero.
Quando avevano compiuto la missione, se erano vivi, tornavano, a volte a pezzi. Fu esattamente così che tornò, alla fine del 1860, il Maggior Leggero, dopo 10 anni di lontananza passati a combattere per la libertà dei popoli dell' "altra metà del mondo". Garibaldi se lo vide davanti un giorno appena conclusa la battaglia di Sicilia: senza un braccio e senza due dita della mano superstite, fregiato di ciccatrici sul capo, sul petto, sulle gambe. Lui, così freddo e taciturno, sembrava in preda ad una grande agitazione e si giustificava e chiedeva scusa al suo Generale per non essere giunto in tempo all'appuntamento di Marsala. Si trovava a San Miguel nel Salvador, quando da alcuni marinai seppe dell'impresa di Sicilia; si precipitò dal console sardo Luigi Ansaldo, si fece rilasciare il passaporto per Genova e partì con la prima nave. Ma giunse in ritardo, allora si imbarcò per Caprera e si presentò a Garibaldi per giustificarsi!
Da quel momento Leggero riprese il suo posto tra gli intimi del Generale. L'anno dopo, questi lo mandò a Sorrento a comandare la Compagnia Invalidi, che costituì per non tradire l'ardimento di quei suoi che ne erano nella carne una testimonianza vivente.
Quì il nostro maddalenino conobbe finalmente l'amore: fu un vero colpo di fulmine, quello tra lui e la graziosa Giuseppina Maresca e i due si sposarono dopo pochi giorni, contro la volontà dei genitori di lei, impressionati dalle mutilazioni dell'uomo.
Poco dopo Maggior Leggero fu integrato nell'esercito regolare come capitano e non gli furono neppure riconosciute le campagne combattute con Garibaldi. Il Regio Esercito non era in grado di apprezzare un Garibaldino! Nell'aprile del '62 lo destinarono alla Casa Reale degli Invalidi, ad Asti; era per lui una umiliazione intollerabile. Non sappiamo se per interessamento di Garibaldi, oppure per il suo comportamento, da allora il Maggior Leggero fu praticamente in continua licenza a Caprera e numerose sono le testimonianze dei visitatori che lo videro sempre taciturno, serio, con gli occhi vivacissimi, al fianco del suo Generale.
Fu in particolare addetto al trasporto della posta clandestina da e per Caprera e fu tra i protagonisti dei preparativi per la fuga di Garibaldi dall'isola ne 1867. Tra i suoi compiti c'era anche quello della vigilanza sulla persona del Generale.
Scrive il suo biografo Beseghi che nessuno vide mai Leggero con decorazioni sul petto: "Nè le medaglie delle compagne, ne la croce di cavaliere che egli ebbe tra i primi, subito dopo che Vittorio Emanuele istituì l'Ordine della Corona d'Italia".
Morì il 14 gennaio 1871, a 58 anni, per aver mangiato dei funghi velenosi raccolti durante una partita di caccia; lasciò Giuseppina con tre figli e incinta del quarto. Dalla sua bocca non uscì mai una sola parola delle sue eroiche avventure di guerra, se non quelle dette balbettando a Garibaldi per giustificarsi di non aver potuto combattere anche in Sicilia. Tra i più fedeli dei garibaldini sempre presenti a Caprera è da ricordare Giovanni Basso, nizzardo, che fu il segretario prezioso e modesto e mai lasciò il Generale dalla difesa di Roma fino alla morte. Gli fu compagno di navigazione sul Pacifico, fu nei Cacciatori delle Alpi, partecipò alla campagna di Sicilia, gli fu vicino quando venne ferito nell'Aspromonte e durante la Prigionia al Varignano. Aiutante di campo nel '66 e '67, combattè nell'Armata dei Vosgi come capo squadrone;
Infine lo abbiamo visto protagonista della fuga da Caprera. Alla Casa Bianca era il factotum: tra l'altro, scrisse migliaia di lettere per il Generale e la sua immedesimazione era tale che ne imitava perfettamente la grafia; solo un esperto può riconoscere la differenza tra le due mani. Basso morì a sessant'anni, due anni dopo il suo grande amico. Giovanni Froscianti, ternano, era uno spiritaccio imparentato col demonio. Fu con Garibaldi in tutte le battaglie a partire dal 1848, fino al 1867; poi visse con lui a Caprera dove fece il segretario in alternanza con Basso. Morì nell'85 a 74 anni.
Gusmaroli era stato prete, e aveva gettato la tonaca per seguire gli ideali di indipendenza; fu con Garibaldi in tutte le campagne fino a Caprera. Aveva moglie e due figli e perciò abitava a La Maddalena, dove per mantenere la famiglia si industriava a riparare le reti da pesca, ma trascorreva ogni minuto libero con i compagni della Casa Bianca. Era poverissimo. Il garibaldino Giuseppe Nuvolari scrisse in un suo libretto: "Pochi giorni prima che morisse, io fui al suo capezzale e tutto commosso mi disse: "Mi dispiace, Giuspin, di morire senza averti restituito tutto quello che mi imprestasti".
Quando chiuse gli occhi, Garibaldi, che lo amava molto, volle dettarne l'epitaffio per la lapide nel cimitero vecchio di La Maddalena: "Quì giace - il Maggiore Luigi Gusmaroli - dei Mille - egli svestì l'abito di Prete - quando giovane in età di ragione - capì che non doveva essere - della setta degli impostori - e se fè uomo, milite valorosissimo della libertà italiana - pugnò in tutte le Patrie Battaglie - e fu padre e marito onesto e amorosissimo".
Giuseppe Nuvolari visse a Caprera per non molto tempo, ma fu l'esperto di agricoltura, prezioso consigliere del Generale, egli era infatti di Mantova, dove si occupava della conduzione di un ricco podere; fu dei Mille, do temperamento coraggioso e battagliero. A la Maddalena aveva spesso da dire con gli uomini del posto che si lamentavano di non avere sufficienti provvidenze governative; scrisse allora il libretto Lettera al Sindaco di Maddalena (1789) per confutare tali lagnanze facendo un parallelo tra le condizioni di vita della popolazione del suo paesello mantovano e quello dell'isola e dimostrando che in continente si stava peggio. Tra l'altro, il garibaldino offre scorci che lasciano intravedere la vita del tempo a La Maddalena; ad esempio, questo: "In un paese di 1.700 abitanti circa, dove il più povero contadino non lavora a meno di £ 4; dove vi sono 20 osterie, 4 macellai e 15 botteghe di ogni genere; col vino e la carne che costano metà prezzo di quanto si paga al continente; col sale che non costa nulla come in tutta la Sardegna; con le donne che vestono sull'ultimo figurino di Parigi e tante altre belle cose, il piangere miseria è una vera ironia!".
Assidui di Caprera erano anche Francesco Bideschini, veneziano, cognato di Menotti, e Jacopo Sgarallino, livornese, entrambi combattenti in quasi tutte le campagne garibaldine.
Ma se questa era la guardia del corpo permanente del Generale, si contano a decine le "camicie rosse" che lo venivano a trovare trattenendosi per giorni a volte per mesi, nella colorita comunità di Caprera: e penso a Guerzoni, lo storico di Garibaldi, al vecchi, al sacerdote, ai tre chirurghi di tante campagne, Ripàri, Basile e Albanese, e il buon Fazzari, il Colonnello Elia,, Francesco Nullo, Nino Bixio, Timoteo Riboli, Missori e altri.
Tra i garibaldini dobbiamo ora menzionare i figli Menotti e Ricciotti e il genero Stefano Canzio, i quali ci introducono così nella numerosa famiglia dell'Uomo di Caprera.
Menotti, il primogenito di Anita, nato nelle più romanzesche circostanze d'una fuga durante la ritirata ne Rio Grande do Soul in Brasile, il 22 settembre 1840, fu legato a suo padre da un amore profondissimo, non solo filiale, ma da amico, da sottoposto, da compagno, da confidente fidato. Giunse sedicenne da Nizza a Caprera nel 1856 e seguì Garibaldi in tutte le sue campagne dal '59 al '71: ebbe il battesimo di fuoco tra i Cacciatori delle Alpi, e si distinse in ogni occasione, all'Aspromonte fu anch'egli ferito. Sposò la sorella dell'amico Bideschini e ne ebbe quattro figli; con lei si stabilì presso Roma. Fu deputato di Velletri al parlamento per oltre vent'anni e chiuse la carriera militare col grado di generale. Morì nel 1903.
La figura di Menotti è tra le più belle del mondo garibaldino e se poco fu illustrata, lo si deve alla preminenza sempre avuta dal padre e alla sua personale modestia. Nella "guardia del corpo" di Caprera non lo si sarebbe distinto dagli altri, se non perché era soggetto a un maggior lavoro e costantemente chiamato da Garibaldi a qualche incarico particolare.
Ricciotti, quarto genito di Anita, era più giovane di Menotti di sette anni e quindi aveva nove anni quando giunse nell'isola; come si è detto, fu mandato per alcuni anni a studiare in Inghilterra ed egli ne fu plasmato tanto che vi si stabilì per lunghi periodi e visse sempre nell'ambito della società britannica. Combatté col padre in tutte le campagne dal '66 al '71, poi in Grecia contro i turchi con un corpo volontario nel '97 e nel 1912, quindi dopo la morte del Generale. Ebbe ben nove figli, che si sparsero per il mondo. Credo fosse di temperamento gioioso, cordiale, estroverso.
Stefano Canzio, genovese, aveva sposato Teresita Garibaldi, figlia di Anita, il 25 maggio 1861, entrando così anche ufficialmente nella famiglia; ma di fatto il Generale lo teneva già come un figlio: lo aveva conosciuto ragazzo ventenne e idealista, poi lo ebbe ottimo combattente e ufficiale in tutte le campagne, nessuna esclusa. Canzio e Teresita ebbero dodici figli, parte dei quali nati a Caprera. Fu per accudire a questi bambini che arrivò nell'isola Francesca Armosino, destinata a diventare prima la compagna poi la moglie. Ma di ciò parleremo tra breve.
La vita familiare di Garibaldi a Caprera - e solo di tale periodo ci occuperemo - non e comprensibile se non inserita nel suo concetto quasi religioso del rapporto con la donna.
Menu di sezione: