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Anita
Le ragioni per le quali Giuseppe Garibaldi approdò in Brasile e scelse di combattere per la Rivoluzione farroupilha sono ben note. Le storia di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, la diciottenne di Laguna che volle unire la sua sorte a quella del giovane condottiero, è, ora, altrettanto conosciuta. Si è dovuto aspettare il centenario della morte di Giuseppe Garibaldi perché siano studiati dettagliatamente quegli anni in America , ed il loro peso nella formazione umana, militare e politica di Giuseppe Garibaldi.
Osservando il quadro d'insieme, ci si accorge che dalle spericolate vicende degli Stati di Santa Caterina e del Rio Grande do Sul, finite con una sconfitta, alla vera e propria campagna dell'Uruguay, con la costituzione della Legione italiana, Garibaldi ha vissuto in crescendo la sua affermazione personale, maturando un'esperienza eccezionale in condizioni del tutto nuove, e conseguendo regolarmente quel grado di Generale della Repubblica Orientale di cui poi dimostrerà la fondatezza sul suolo della propria patria.
Più di tutto questo colpisce la conquista di una personalità fuori del comune, di uno stile, di una coscienza di se che, oltre a non essere solo immagine ma valori, sono la chiave del suo successo e di un mito che proprio sull'altra sponda dell'Atlantico nasce, si sviluppa, ed avvolge l'Eroe già prima del suo ritorno in Italia.
Anita, una eroina brasiliana
Dal 1839 al 1849 gli sta vicino una donna eccezionale, Anita. Ella è espressione, per la sua origine portoghese ed azzorriana, di una delle parti più sofferte della storia del Brasile, crogiolo nel sud di piccoli nuclei umani alla conquista di terre sterminate. Il sud della colonia non conosce i fasti della corte di Rio de Janeiro. Ne conosce però i soldati e le tasse. Mentre si amalgama alla nuova terra, ne trae identità, raccoglie il meglio dell'orgoglio della propria razza e tenta un difficile cammino verso una libertà politica che coloro che arrivano dall'Europa, spesso come esuli, nei primi decenni dell'800, predicano e sperano talvolta di impiantare sulla terra d'accoglienza. Gli straccioni, i farrapos, contro gli Imperiali. La giovane Ana Maria sembra patteggi per i farrapos, una ragione in più per non andare d'accordo con il marito che parte a fare la guerra con gli Imperiali, e non torna più. E una ragione in più per non sentirsi a suo aggio nell'atmosfera ristretta della sua famiglia, dove sembra si aspiri a vita regolare ed a lavoro sicuro.
Non ci voleva altro per fare di Anita un'eroina brasiliana, a fianco dell'Eroe italiano che sembra farsi brasiliano anche lui, quel José Garibaldi che da marinaio diventa uomo di cavalli e di buoi, un guerriero della Pampa che ama, e della quale apprezza la bellezza, la vita frugale, quel mondo nuovo che è alla misura del suo sogno di libertà.
Anita, combattente in Italia
La produzione di biografie, filmati, documentari più o meno scientifici (in verità piuttosto meno che più) durante questi anni, attorno ai centocinquanta della sua morte (1999) sembra inesauribile. Mentre celebra Anita, tuttavia, il Brasile tenderebbe a dimenticare che lei è anche parte della storia d'Italia, di quel Risorgimento così povero di protagoniste, e che, seppur in Brasile, il suo destino fu segnato dall'incontro con un Eroe che mai cessò di pensare alla sua patria da redimere. La lotta contro gli Imperi era una, sia questo l'Impero turco, brasiliano, austriaco. Quello che Giuseppe aveva fatto in Brasile, assimilarsi all'ambiente, Anita tentò di farlo in Europa. Ma rifiutò categoricamente di cambiare vita, di diventare moglie e madre di un ufficiale italiano. Voleva rimanere un soldato, a fianco del suo Generale. Questo gli costò la vita.
L'iconografia italiana
L'iconografia di quel periodo breve nella vita di Anita è poca. La sua figura, la sua leggenda, non appare chiaramente nella storia della Repubblica Romana. Più tardi, partendo da quei pochi ritratti dal vero o presunto tali che si conoscono dalle rare testimonianze, districandosi tra vero e falso, si comincia a scrivere di lei. E si comincia dalla fine. Si sa soprattutto della sua morte, nella fuga verso Venezia a fianco dei superstiti garibaldini, del suo avere raggiunto il marito nella città assediata, del rifiuto di fermarsi a San Marino per riposarsi e curarsi. Ella capisce che Giuseppe va incontro ad un nuovo esilio, o alla prigione. A lei toccherebbe probabilmente tornare a Nizza, stare a fianco della famiglia del marito, separata da lui, abbandonata in un paese che non è il suo...Ci sono molto quadri, ed altre rappresentazioni di questa vicenda, che la inseriscono nella sola categoria accettabile per una donna, per una santa: quella del martire. A quale altra gloria una donna potrebbe aspirare ?
Nella iconografia, posteriore, Anita appare sotto gentili sembianze, vestita con garbo, ingentilita da cappellini variatamente piumati, con vestiti leggiadri, e forse più snella di quanto fosse. Idealizzata, italianizzata, perde della sua forza vitale. Ma gli illustri scrittori, disegnatori, scultori, danno corpo al mito, lo alimentano creando le immagini, così come successe a Garibaldi stesso.
Anita, la breve vita italiana
L'Istituto Italiano di Cultura di San Paolo del Brasile ha voluto affrontare questo tema delicato proponendo alla sua terra d'origine una mostra di immagini dell'Anita italiana. Non sorprende tra queste il ritratto di Gallino, eseguito a Montevideo ma evidentemente di gusto europeo, mentre un altro ritratto dello stesso periodo, fatto in Italia, ci mostra un'Anita meno borghese, più formosa. Non sorprende che Ricciotti, il figlio più giovane, che aveva due anni quando lei morì, abbia riconosciuto nel ritratto di Gallino il solo autentico della madre, lui che rifiutò categoricamente il lavoro dello scultore Rutelli, quella che contempliamo oggi sul Gianicolo, perché una donna, una madre, non poteva essere rappresentata nelle sembianze di una guerriere scamiciata ed armata. Eppure questo scultore italiano ci restituì un'Anita più vera, e con lei il primo figlio, appeso a lei, appena nato, mentre galoppano sulle sterminate lande del Rio Grande.