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Sorvegliato speciale

Garibaldi a Caprera

I Carabinieri Reali hanno ricevuto l'ordine di seguire da vicino le mosse di Garibaldi: è agosto ed una colonna di volontari al comando del garibaldino Frigyesy è appena entrata nel paesino di Santo Stefano di Bivona. Dalla vicina sottoprefettura di Bivona partono una ventina di soldati regolari in perlustrazione insieme a tre carabinieri. Arrivati in vicinanza del paese i fanti restano fuori ed i tre militi hanno l'ordine di entrare per controllare meglio la situazione.
L'apparizione delle tre lucerne nere insospettisce i volontari. Corre voce che vogliano cercare qualche disertore del Regio Esercito. Invece un carabiniere riconosce un compaesano tra i garibaldini e lo invita a bere nell'osteria. Ma è una mossa che viene male interpretata. L'ingresso dei quattro nell'osteria sembra un arresto e subito una moltitudine minacciosa si raccoglie, lanciando insulti, sulla porta del locale. A nulla serve che i militi e il loro commensale si sforzino in tutti i modi possibili di chiarire l'equivoco: l'atmosfera si scalda sempre di più e ad un tratto vola una coltellata. La giubba del carabiniere Francesco Scarcabarossi si colora di sangue, mentre partono le prime fucilate.
Messo in allarme dagli spari, il comandante dei fanti fa rullare il tamburo per liberare i militi, mentre la fucileria diventa sempre più forte. In mezzo ad una confusione incredibile i tre carabinieri riescono fortunatamente a mettersi in salvo. Per il sangue freddo dimostrato Scarcabarossi viene insignito della medaglia d'argento.
L'incidente accelera i preparativi del governo che proclama lo stato d'assedio e conferisce pieni poteri al generale Lamarmora. Peraltro, la marina non intraprende alcuna azione per bloccare il passaggio dei volontari garibaldini da Catania al continente. Forse Rattazzi non ha ancora del tutto rinunciato al suo disegno, ma l'avanzata di Garibaldi in Calabria non può più essere ignorata. Tocca al colonnello Pallavicini di Priola l'ingrato compito di arrestare l'eroe. In una breve sparatoria cadono una dozzina di volontari e viene ferito Garibaldi, stupito e addolorato per il voltafaccia del suo governo: un momento di grande amarezza.
Dopo un paio di mesi di fortezza al Varignano e una provvida amnistia che evita al governo lo scandalo di un processo, Garibaldi si imbarca nell'ottobre 1862 diretto nel suo rifugio nell'isola Caprera.
Nonostante le assidue cure, la ferita alla gamba non guarisce ed è necessaria la sorveglianza dei carabinieri per informare le autorità sugli sviluppi. Un peggioramento delle condizioni del ferito avrebbe una grande eco nell'opinione pubblica, ma anche un miglioramento potrebbe comportare dei rischi favorendo nuovi colpi di testa dell'eroe.
Ogni settimana il comandante della stazione di La Maddalena trasmette un rapporto alla compagnia di Genova sullo stato di salute del ferito.
"La Maddalena, 4 aprile 1863. Il generale Garibaldi comincia a camminare colle stampelle; due giorni or sono gli hanno estratto dalla ferita tre piccoli pezzi d'osso".
"La Maddalena, 9 aprile 1863. Il generale Garibaldi tiene sempre il letto; ha qualche giorno di miglioramento e quindi ricade di nuovo. La ferita è sempre aperta e a quanto si dice pare che vada piuttosto in male", "La Maddalena, 24 luglio 1863. Pregiomi di far conoscere alla S.V. Ill.ma che il generale Garibaldi va sempre gradatamente migliorando. La ferita è del tutto cicatrizzata e comincia a calzare la scarpa, ma soffrendo sempre dolori interni non può ancora metter il piede a terra e cammina sempre colle stampelle".
"La Maddalena, 29 luglio 1863. Pregiomi riferire alla S.V. III.ma che lo stato di salute del generale Garibaldi va sempre gradatamente migliorando. La sola variazione a farsi si e quella che da due giorni comincia a montare a cavallo".
"La Maddalena, 7 agosto 1864. Ieri per la prima volta il generale Garibaldi, affermato dal suo seguito, verso le ore 4 pomeridiane sbarcava alla casa della signora Collins, inglese, abitante in quest'isola vicino alla spiaggia, di rimpetto a Caprera, ed alle 8 successive s'imbarcavano di nuovo alla Caprera".
La fine della convalescenza non viene certo accolta con sollievo a Torino, dove si teme che Garibaldi possa sfuggire al controllo del governo.
Un mese dopo il governo Minghetti firma con la Francia la cosiddetta Convenzione di settembre. All'apparenza si tratta di un accordo piuttosto umiliante: Napoleone III chiede, e ottiene che il regno d'Italia si impegni formalmente a non attaccare Roma. Il trasferimento della capitale dalla subalpina Torino alla più centrale Firenze viene accettato in cambio della definitiva rinunzia a Roma capitale. L'Italia rischia di essere giudicata ancora alla stregua di mera espressione geografica.
Nella sostanza le cose stanno un po' diversamente: i francesi hanno assunto l'impegno di sgombrare da Roma la loro guarnigione nel giro di due anni e gli accordi non prevedono tra gli atti di aggressione una insurrezione interna, che ovviamente potrebbe sempre essere provocata. Queste due clausole creano il risentimento dei papalini che si sentono abbandonati a se stessi, e inaspriscono l'autoisolamento del Vaticano. Visto in questa prospettiva, anche sotto il profilo simbolico, il trasferimento a Firenze può essere interpretato come una tappa di avvicinamento in attesa di tempi migliori.
Nel frattempo, una relazione parlamentare (24 giugno 1864) sul progetto di legge governativo per l'aumento del bilancio della Guerra di 778.595 lire (con conseguente incremento di 1.340 carabinieri di effettivo) lancia un aggettivo che d'ora in avanti accompagnerà i carabinieri.
La relazione è del deputato Soldi. Molte delle questioni sulle quali si sofferma sono le stesse di cent'anni più tardi: riforma dei regolamenti dei carabinieri; mantenimento di una accurata selezione del personale; dualismo fra Carabinieri Reali e compagnie d'armi nella gestione dell'ordine pubblico in Sicilia; sovrapposizione di compiti tra guardie di pubblica sicurezza e carabinieri.
Ecco il passo testuale della prosa di Soldi: " ... Noi ne tenemmo proposito, secondo il vostro mandato, all'onorevole ministro della guerra; e ci fu grato convincerci che l'interesse che tutti prendono perché l'arma dei reali carabinieri proceda di bene in meglio è in ragione appunto del pregio in cui essa è tenuta, e degli indefessi servigi che la rendono dovunque veramente benemerita del paese".
Senza forse rendersene conto il relatore aveva coniato un appellativo che avrebbe accompagnato l'Arma da allora in poi: "La Benemerita".


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