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Giuseppe Garibaldi > L'Americano
Nella tarda primavera del 1861, a un anno di distanza dall'impresa dei Mille, Garibaldi era stato eletto deputato a Napoli e l'8 aprile aveva fatto una delle sue poche apparizioni al Parlamento Subalpino in una tempestosa seduta durante la quale, in camicia rossa, poncho grigio sulle spalle e sombrero in mano, aveva lanciato dure accuse al governo. Quello del politico non era cero il suo mestiere e subito dopo lasciò Torino e si riturò nella pace di Caprera circondato dai fidi compagni di tante battaglie.
Fra i suoi segretari costantemente all'opera nella "casa di ferro", dono di Felice Orrigoni, c'era il colonnello Candido Augusto Vecchi, il difensore della Repubblica Romana, che proprio quell'anno dava alle stampe il suo "Garibaldi a Caprera", edito dapprima a Torino e l'anno successivo a Napoli e poi a Stoccolma, Utrecht, Lipsia e Londra nelle traduzioni in svedese, olandese, francese, tedesco e inglese.
Nella piccola Caprera, ove arrivavano quotidianamente centinaia di lettere e moltissimi giornali e gazzette, giungevano dalla lontana America notizie sull'inizio della guerra civile fra gli Stati Uniti del Nord ed i sudisti confederati. Era l'epoca di "Via col vento" e ovunque si combatteva per la libertà degli oltre tre milioni e mezzo di negri, schiavi dei latifondisti del sud. Quei grandi avvenimenti non potevano che entusiasmare Garibaldi, che una sera, a cena con i suoi compagni, fece chiaro cenno agli aneliti di redenzione di quegli infelici schiavi manifestando il rammarico di non essere lì anche lui a combattere per la loro libertà.
La cosa fu raccolta da Candido Augusto Vecchi che, senza dir nulla al Generale, scrisse a New York al giornalista Theodore Tuckermann lanciando l'idea che Garibaldi, al momento "disoccupato" avrebbe potuto combattere a favore degli Stati Uniti.
"Le mie idee, insapute al nostro capo - scriverà poi il Vecchi - le feci note ai miei amici, che le plaudirono al cielo. E da più innanzi, non pieni del grandioso disegno popolavano il deserto dell'avvenire di emozioni, di città forzate,di popoli riscossi, di luminarie festose, di clericume distrutto e di altre fanasticaggini a genio di fortuna, di menti e di cuore"
Sembrava una cosa buttata lì, in un momento di entusiasmo, ma Tuckermann, che aveva conosciuto l'Eroe dieci anni prima durante il suo esilio americano, prese la cosa sul serio. Alla fine di agosto, dopo cauti contatti epistolari, giunse a Caprera l'ambasciatore americano a Bruxelles Sanford che, su incarico del segretario di stato Seward, e quindi con la piena approvazione di Lincoln, propose a Garibaldi di assumere il comando in un'armata nordista nella guerra di secessione.
Garibaldi, colto di sorpresa, rispose che avrebbe valutato l'offerta. La cosa ovviamente lo allettava e lo lusingava, ma, ora che l'Italia era fatta, gli restava ancora di vedere realizzato il suo sogno mai sopito: quello di vedere Roma capitale del regno. Prima di dare una risposta, comunque, inviò il colonnello Gaspare Trecchi dal re per avere il suo consenso. Sperava in cuor suo che il sovrano, ora che Cavour era morto da appena due mesi e che erano cessati gli attriti col suo avversario di sempre, gli negasse il permesso e che per dissuaderlo gli offrisse qualche comando in Italia. Ma il re rispose che non aveva nulla in contrario e che era libero di partire quando voleva.
Garibaldi, ovviamente deluso dell'atteggiamento indifferente di Vittorio Emanuele, ebbe subito l'impulso di partire, ma quando il 12 settembre si presentò a Caprera il Ministro degli Stati Uniti Marfh per conoscere la sua decisione era già deciso a rifiutare. La notizia frattanto si era diffusa e da ogni parte veniva scongiurato di non partire.. Da Napoli, che lo aveva eletto deputato, giunse poi il generale Carbonelli con un appello di 22.000 elettori.
Ben sapendo che non potevano essere accettate, pose quindi due posizioni: avere il comando supremo dell'esercito e poter proclamare egli stesso l'abolizione della schiavitù, cosa che Lincoln farà poi nel 1865 con il 13° emendamento. Gli fu spiegato che per la costituzione americana il comando supremo dell'esercito spetta al Presidente e che l'abolizione della schiavitù, essendo una decisione politica, deve anch'essa promanare dal Presidente ed essere poi ratificata dal Congresso.
Gli fu proposto quindi il grado di generale di divisione e il comando autonomo di un'armata con la prospettiva di successiva nomina a Maggiore Generale, il massimo grado dell'Esercito, secondo solo a quello assunto dal presidente. Ma Garibaldi rifiutò l'offerta perché, come spiegherà dopo, avrebbe combattuto "...solo per l'abolizione della schiavitù piena e senza condizioni".
Una cosa è certa, se Garibaldi, invece di rimanere a Caprera, avesse tentato la sua terza avventura americana, tutta la produzione hollywoodiana a cominciare da "Via col vento" e "La capanna dello zio Tom", sarebbe stata rivoluzionata e forse le grandi cariche delle giacche blu del 7° cavalleggeri sarebbero divenute dei prorompenti assalti delle Camicie rosse.
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