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Subito dopo l'unità d'Italia e dopo la seconda guerra mondiale, esaurita la funzione difensiva, i due sistemi di fortificazioni del nostro arcipelago e della prospiciente costa sarda, abbandonate e spogliate di tutto ciò che poteva essere utilizzato, hanno perso la loro connotazione di "insieme" un tempo ben identificabile, riducendo la loro presenza a strutture architettoniche isolate e in rovina delle quali resta solo il nome, non più il significato.
Si può ripercorrere, attraverso immagini e notizie, la storia delle fortificazioni nei due periodi 1767 – 1857 e 2887 – 1897. Pur trattandosi di strutture ormai superate dal punto di vista esclusivamente tecnico – militare, il loro valore deve essere salvaguardato proprio perché si tratta di beni storici e culturali irripetibili: senza una giusta valutazione di questo "sconosciuto" apporto specialistico, che ingegneri ed architetti militari ci hanno lasciato, con la cintura dei forti, ben di là dallo sviluppo precedente, al di là di uno sviluppo immaginabile.
Le fortificazioni dell'arcipelago di La Maddalena dai primi trinceramenti settecenteschi sardo-piemontesi alle "Grandi fortificazioni" fine ottocento.
Forti sardo-piemontesi: 1767 – 1857
Il 14 Ottobre 1767 i sardo-piemontesi sbarcavano a La Maddalena per assicurare definitivamente al Re di Sardegna il possesso delle "Isole Intermedie", contese da Bonifacio e quindi da Genova, e stabilirvi una guarnigione in previsione di un possibile contraccolpo da parte dei genovesi.
Per i sei anni successivi però, le truppe di stanza nelle nostre isole (un centinaio di uomini) continuarono ad occupare baraccamenti provvisori con coperture di legname che, a causa dei forti venti di ponente, spesso abbisognavano di riparazioni mentre il Viceré, conte di Hayes, si preoccupava di trovare i finanziamenti per la costruzione di qualche più solida fortificazione in muratura.
Il sistema difensivo, negli ultimi anni del secolo XVIII, era costituito dalla:
· casamatta di S. Stefano, a guardia della cala di Villa marina, frequentata dai velieri di passaggio nelle Bocche di Bonifacio soprattutto per la fontana di buona acqua oltreché per il riparo offerto rispetto ai venti dominanti del primo e quarto quadrante. Il 21 giugno 1771, a Sassari, veniva stipulato il contratto per la sua costruzione, su disegni e calcoli dell'architetto militare cav. Saverio Belgrano di Famolasco. A Torino i disegni furono esaminati dal Capitano del genio Militare Theseo, che coordinava il piano delle torri costiere e fu il tenente Bussolino a stabilire in base a diversi sopralluoghi, la localizzazione della costruzione sulla punta a sinistra di chi entra nella cala di Villamarina, destinata a proteggere il seno fra l'isola di S. Stefano e la Sardegna;
· dal forte S. Vittorio, soprannominato della "Guardia Vecchia", eretto sul punto più elevato dell'isola, a quota 146 m s.l.m., allo scopo di proteggere tutte le batterie e i forti che, altrimenti, sarebbero stati esposti ad essere attaccati dalla parte più debole e metteva l'isola al coperto da un possibile colpo di mano;
· dalla batteria Balbiano. Costruito all'ingresso del porto della cittadina era destinato ad impedire l'accesso ai bastimenti e fronteggiare il canale tra La Maddalena e S.Stefano
· dalla batteria S.Agostino, situata in posizione strategica sulla riva del mare ad est dell'abitato;
· dal forte S.Andrea costruito in posizione dominante, alle spalle dell'abitato e a fianco della Caserma dei cannonieri, probabilmente tra il 1787 ed il 1790 periodo durante il quale fu Vicerè di Sardegna Thaon di S. Andrea, per difendere il canale prospiciente La Maddalena e l'isola di S. Stefano, la costa compresa fra la batteria Balbiano e la Cala di Chiesa, il centro abitato dagli attacchi alle spalle.
· dal forte S.Teresa, che aveva il compito di difendere il canale e la rada di Mezzo Schifo e come tutti gli altri forti costruito in cantonetti di granito appena sbozzati, a forma di parallelepipedo e di varia pezzatura, disposti in corsie orizzontali senza malta che li leghi se non argilla per la sola stabilitura delle sovrapposizioni. L'ingresso alla fortificazione, costruita su di un roccione alto 66 m s.l.m. si apre ad est ed è raggiungibile attraverso un angusto sentiero ricavato nel granito. La muraglia perimetrale, nei prospetti Nord ed est, apre delle feritoie per il fiancheggiamento dell'ingresso, protetto da un "tamburo" pure feritoiato, e diviene vero e proprio bastione scarpato nei prospetti Sud ed Ovest, dove si aprivano le cannoniere per le bocche da fuoco;
· dal forte Carlo Felice o Camicia, per difendere la rada di Porto Camicia, il passaggio della Moneta e battere tutta la zona dalla parte di Nord-Est, dove si pensava potessero più facilmente avvenire sbarchi nemici
· dal forte S. Giorgio, progettato e costruito dopo che venne ultimato quello di Carlo Felice.
Scopo iniziale della costruzione delle fortificazioni era quello di consolidare il possesso dell'arcipelago facendone accettare il principio, anche dal punto di vista formale, a tutte le nazioni. Espressive sono, a questo proposito, le istruzioni date al comandante della base, negli anni successivi all'occupazione, per chiedere ed ottenere, anche con la forza il saluto della bandiera sabauda da parte delle navi di passaggio nel canale di S. Stefano.
Periodo intermedio
In pochi anni, dal 1887, l'arcipelago divenne una terribile piazzaforte rispondente alle più moderne concezioni europee in tema di difesa costiera.
L'individuazione di questa zona come base marittima fortificata, l'articolarsi degli interventi, l'ubicazione delle strutture, la scelta degli armamenti dipesero da diversi fattori:
la raggiunta unità d'Italia, che poneva in modo nuovo il problema della difesa dello Stato e della nuova capitale;
il progresso registrato nelle concezioni difensive, sia nelle strutture murarie che nella trasformazione delle armi;
la situazione internazionale verificatesi negli ultimi decenni del secolo con la contrapposizione dei due blocchi di alleanze in Europa.
Le grandi fortificazioni
Il primo atto legislativo in ordine alla costruzione delle opere dell'arcipelago de La Maddalena fu il Regio Decreto del 3 Novembre 1886, n. 4163 serie III, che dichiarava di pubblica utilità le opere da eseguirsi per la difesa e la sistemazione dei servizi militari marittimi dell'arcipelago di La Maddalena.
Il 18 Agosto 1887, con regio Decreto n°4912 si istituiva una Direzione Straordinaria del Genio Militare per l'esecuzione dei lavori.
La piazza così istituita doveva soddisfare le seguenti condizioni:
permettere alla flotta di uscire, a seconda delle opportunità, attraverso una delle due imboccature e dominare il passaggio delle Bocche di Bonifacio;
mettere al sicuro le navi;
impedire che il nemico, in assenza della flotta, giungesse a prendere possesso del bacino interno e a stabilirvisi stabilmente;
rendere minima l'efficacia di un bombardamento sistematico che si sarebbe potuto tentare dall'esterno dell'arcipelago contro le navi e il materiale raccolto all'interno della rada.
Le opere di difesa consistevano in:
· batterie basse per il fiancheggiamento degli sbarramenti di ginnoti e torpedini posti a levante e a ponente dello estuario;
· batterie alte con lo scopo di battere tutte le bocche di accesso, di concorrere alla difesa degli sbarramenti e a mantenere il possesso degli ancoraggi interni.
Alla Regia Marina spettarono:
la costruzione degli sbarramenti subacquei, la loro ubicazione e le stazioni di lanciasiluri per la protezione immediata dei passi;
il materiale necessario per il servizio degli sbarramenti e per la difesa mobile;
il personale necessario per la difesa subacquea fissa e i suoi accessori.
Al servizio del genio spettarono la costruzione:
di batterie di artiglieria leggera e mezzo calibro per la difesa immediata degli sbarramenti;
opere e batterie alte per impedire che il nemico occupasse le isole e il litorale sardo adiacente e che, allo stesso tempo, servissero per battere efficacemente le rade, baie, seni importanti e lo specchio d'acqua racchiuso dalla piazza;
strade per accedere alle opere, sbarcati e mezzi di comunicazione necessari alla difesa mobile;
i magazzini per il ricovero e la conservazione delle armi subacquee, e locali per ricoverare il personale della regia marina, i magazzini per l'approvvigionamento del carbone, per le munizioni da guerra, depositi di acqua, laboratori e officine per le piccole riparazioni, ecc.
Nell'isola di Caprera, sui terreni espropriati agli eredi del generale Garibaldi, furono costruite delle opere che si fiancheggiavano reciprocamente ed un ridotto, a Stagnali, per l'accasermamento delle milizie mobili di soccorso al litorale.
L'Opera di Arbuticci, a nord, era destinata a battere il mare davanti al canale della Moneta, incrociando i tiri con la batteria di punta Villa;
· le Opere di Poggio Rasu inferiore e superiore, destinate l'una a ricoverare le truppe per la difesa mobile nella parte alta di Caprera e battere lo specchio d'acqua davanti allo sbarramento di levante, l'altra il mare largo.
Altre batterie di sbarramento costruite sulla prospiciente costa sarda per difendere l'accesso, per via di terra, alla piazza erano armate di bocche da fuoco da 120 mm di calibro a tiro rapido, per battere le zone d'acqua sbarrate e per proteggere le immediate vicinanze dei forti da possibili attacchi nemici.
Per queste furono occupate le posizioni di:
· Monte Altura perché il nemico, sbarcato in Sardegna, avrebbe potuto svolgere un'azione offensiva al coperto della Batteria di capo d'orso e prendere di rovescio tanto questa che quella di Punta Sardegna Bassa, posta a difesa della testata dello sbarramento di ponente;
· Baraggie o baragge, al centro dello sviluppo del litorale sardo e nel punto più elevato e dominante del medesimo, scelta per costruirvi una forte opera chiusa la quale oltre a soddisfare lo scopo di proteggere la vicina opera di capo d'Orso e coadiuvarla nella difesa contro attacchi provenienti dall'interno, formava il caposaldo della difesa di tutto il litorale;
Capo d'orso per battere la bocca di levante, l'ancoraggio di S. Stefano, la Cala delle saline, il golfo d'Arzachena ed i versanti antigui l'Isola di Caprera e la costa Sarda.
· Montiggia, presso Palau, per il ricovero delle milizie mobili.
L'organizzazione generale della difesa era poi completata da:
· sistema di fotoelettriche per garantirsi delle sorprese di torpediniere e piccole imbarcazioni nemiche;
· un sistema di difesa mobile affidato alle torpediniere maggiori;
· imbarcazioni rapide a vapore e piccole torpediniere per il servizio di perlustrazione e di ronda.
Tra la prima e la seconda guerra mondiale, nacquero le batterie più periferiche, che allargavano il territorio-demanio verso i quadranti occidentale e nordoccidentale, edificate normalmente in calcestruzzo e ricoperte poi da massi di granito disposti in modo da occultarle al massimo. Anche i baraccamenti furono addossati a formazioni rocciose o ricoperte da scaglie accostate per ricostruire la tormentata morfologia del nostro rilievo.
Alcune delle fortificazioni di questo tipo sono localizzate:
· nell'Isola di Spargi: Zanotto, Pietrajaccio, Cala Corsara;
· nell'Isola di Caprera: Candeo, Messa del Cervo, Poggio Baccà, Punta Coda, Isola del Porco;
· nell'Isola di La Maddalena: Spalmatore, Guardia del Turco, Carlotto, Puntiglione;
· nell'Isola di S. Stefano: Punta dello Zucchero:
· sulla costa sarda: Punta falcone, Monte Talamone e Cappellini