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I Garibaldi
"...Sempre la considerai la più perfetta delle creature": Questa affermazione, contenuta nelle Memorie, risponde pienamente alla sua verità. Che fosse popolana o nobile e ricca dama, per Garibaldi la donna fu sempre all'apice della scala dei valori, e in ognuna di quelle che amò, vide l'incarnazione di una qualità ideale, cui il suo sentimento si elevava come offerta votiva: la vide quale trasposizione nel femminismo dell'eroe. Innamorarsi per lui era il riconoscimento folgorante di una "deità" in terra: perciò i suoi furono sempre colpi di fulmine immediati e il bisogno di unione, prepotente come un imperativo categorico, non ammetteva attese ne incertezze. A prescindere da quelle che egli stesso riconobbe e di cui si innamorò, tutte le donne nel loro insieme adoravano Garibaldi e ve ne sono innumerevoli testimonianze nel delirio delle popolazioni ovunque passasse, ma soprattutto nella loro partecipazione costante alle campagne di guerra come infermiere, portaordini, combattenti dietro le barricate, confezionatrici di munizioni, educatrici e stimolatrici alla resistenza e alla lotta".
E ciò avveniva proprio in virtù del fatto che la donna si sentiva da lui valorizzata al più alto diapason ideale, individuata come compagna, madre dei figli della nazione, eroica, in perfetta complementarità con il proprio uomo.
Anche in amore dunque Garibaldi era un puro, un'innocente, quindi a volte un ingenuo, ma dalle donne fu ripagato, salvo in due occasioni, con la fedeltà spesso portata spesso fino alla sublimazione. Il suo carattere univoco, idealista, modesto e la sua propensione alla vita avventurosa, rude, disagiata, determinarono che soltanto due popolane - Anita e Francesca - gli diedero la continuità del rapporto coniugale e fisico; ma le altre, la raffinata Emma Roberts e la colta e irrequieta e intraprendente Speranza Von Schwartz, gli fecero dono di un'amicizia preziosa vincente su ogni prova e incorruttibile nella buona e nella cattiva sorte. Emma e Speranza si può dire che furono tra i più grandi "Amici" di Garibaldi: Il rapporto con loro superò il fatto erotico - fisico, e si liberò di ogni limitazione sessuale, e fiorì nella più squisita devozione e nell'affetto più concreto e provvido che un uomo possa desiderare.
La prima che visitò Caprera fu Emma Roberts, la "fidanzata" inglese: Garibaldi che voleva sposarla, si spaventò ben presto del lussuoso ménage londinese della dama, di tutti quei camerieri e maggiordomi in livrea, dell'etichetta che la posizione sociale di lei imponeva; nel suo candore glielo disse chiaramente e la trovò comprensiva e saggia. Non si parlò più di matrimonio, ma noi già sappiamo che Emma provvide largamente all'educazione di Ricciotti a Londra e fu la promotrice e la principale offerente, insieme con il duca di Sutherland, con Julie Salis Schwabe e con Lady Clarence Paget, della colletta con cui gli amici inglesi acquistarono nel '64 la seconda metà di Caprera per fargliene dono. Al di là di questa tangibile amicizia, la Roberts fu sempre vicina all'Uomo di Caprera con le sue lettere piene di consigli di straordinario acume politico; molti errori gli evitò grazie alla saggezza dell'amica e la ricambiò con una stima e una fiducia che giunse fino a consentire che nei loro rapporti scorresse il "tu", privilegio assolutamente eccezzionale per Garibaldi che, come già si è detto, lui riservava a pochissimi intimi.
Dopo la vacanza trascorsa insieme in Gallura, Emma tornò a Caprera una sola volta nel '65 a visitare quella strana repubblica così diversa e lontana dalle coordinate del suo stile britannico; poi si limitò ad essere la migliore rappresentante della secolare simpatia e amicizia che legò gli inglesi alle terre e agli uomini del sole.
Quando Garibaldi ebbe creato condizioni di abitabilità nella sua isola, vi trasferì come si è detto, i figli accompagnati dalla servetta Battistina Ravello, nizzarda, analfabeta, assai modesta anche quanto ad intelligenza. Si era ne '56, la vita a Caprera era più che disagiata, addirittura primitiva, rude, il lavoro spossante. Avvenne che la Battistina, tra tutti quei guerrieri contadini pieni di energie, scelse il suo posto quasi istintivamente vicino al padrone e lo seguì senza porsi problemi anche nel letto.
Dopo un anno, nell'ottobre del '57, sbarcò a La Maddalena la scrittrice Speranza Von Schwartz col preciso intento di conoscere l'uomo di cui tutto il mondo parlava.
Nata in Inghilterra, e naturalizzata cittadina inglese, Speranza era figlia di un ricco banchiere di Amburgo; sposata una prima volta, rimase vedova a sedici anni; si risposò con il banchiere Schwartz, dal quale divorzio. Attraente, ricca, elegante, intelligentissima, essa conosceva molte lingue europee, compreso il greco, e scriveva indifferentemente in ciascuna di esse; era molto colta, conosceva le letterature e la storia dei vari paesi, ed era una buona intenditrice di arte e di musica. Ma forse ciò che colpì maggiormente Garibaldi fu lo spirito indomito, inquieto e avventuroso di lei, che la spinse a viaggiare senza sosta per l'Europa, la dove più incandescenti si facevano le lotte di indipendenza, dove fervevano il pensiero e l'opera dei molti "profeti" degli ideali di redenzione. Dotata di un coraggio virile, unito alla dolcezza e a una grande sensibilità, amazzone perfetta, signora della conversazione, diplomatica sottile: queste le qualità che forse più di ogni altra fu vicina, dopo Anita, al Garibaldi dell'epoca.
L'amore scoccò subito, fin dal primo giorno a Caprera e appena essa lasciò l'isola, in novembre, già partivano le appassionate lettere del Generale; ma Speranza fu tanto intelligente da saper indirizzare quel sentimento dirompente in un profondo legame di solidarietà, quasi come tra compagni d'arme, che piacque a Garibaldi in maggior misura di un rapporto fisico che non vi fu mai. L'amore fu tutto espresso da lui nelle lettere e nell'accettazione riconoscente dei mille servizi e doni che riceverà dall'amica negli anni seguenti; da lei, in una generosità senza limiti.
Tra l'altro, Speranza scriverà moltissimo sull'Uomo di Caprera, sia col suo nome sia con lo pseudonimo di Elpis Melena, traduzione in greco di Speranza (Elpis) e Schwartz (= nera = Melena): essa fu tra i massimi divulgatori contemporanei delle idee e delle gesta del Generale.
Ma fece assai di più: rischiò alcune volte la vita per recapitare messaggi clandestini di lui e una volta fu anche catturata e chiusa in una squallida prigione da cui evase in modo romanzesco; riuscì ad introdursi con abilità al Varignano quando Garibaldi vi giaceva ferito e prigioniero, isolato da tutti, e lo curò come una sorella. Accorse, mandata da lui, a curare i garibaldini feriti, a tramarne la fuga, a soccorrerli con viveri e mezzi economici. Fu a conoscenza di tutte le debolezze e gli errori del grande amico e seppe contenere le gelosie che egli assai spesso suscitò in lei con la sua disarmante ingenuità, dentro alla calda maturità di quel suo essere donna davvero eccezionale. Tenne infine per lui una mole incredibile di rapporti con diplomatici esteri, col mondo internazionale dei cospiratori, con gli editori della pubblicazione delle Memorie e di altri scritti.
Quando Speranza visitò Caprera la prima volta, le bastarono pochi giorni non solo per infiammare l'animo del Generale, ma per conoscere a fondo l'ambiente che lo circondava e la comunità maddalenina: visitò i Roberts, i Collins, Webber, esplorò La Maddalena, il Parau (Palau), parlò con la gente.
A Caprera, Speranza aveva compreso benissimo dalle occhiatacce della Battistina il rapporto intercorrente tra questa e il Generale; e ne ebbe conferma quando nell'agosto successivo tornò nell'isola. Garibaldi le propose di sposarlo ad essa, con molto tatto e buona grazia, declinò l'offerta pur lasciando in lui la certezza del profondo sentimento che li univa.
Seguirono poi le molte lettere d'amore dell'Uomo di Caprera alla bella inglese: esse iniziavano invariabilmente con: "Speranza amatissima", oppure "Preziosa amica mia" con espressioni come: "Voi dovete considerarmi per l'avvenire come cosa vostra... Mi sento l'uomo più felice della terra dacché vi ho avvicinata...", ecc. le risposte di Speranza iniziavano sempre con "Amico mio, amico amatissimo" o al massimo, con " amico unico e amatissimo" e si occupavano degli scritti autobiografici di lui, e della sua salute, degli incarichi che egli le affidava, i quali andavano dalla liberazione di un prigioniero, alla ricerca di una donna di servizio. Venne la campagna di Lombardia e, mentre Speranza cercava di aiutarlo in ogni modo, Garibaldi si innamorò follemente della diciottenne marchesina Raimondi, la sposò affrettatamente a Fino Mornasco e la lasciò il giorno stesso delle nozze perché avvertito da una lettera anonima, sulla porta della chiesa, che la moglie era incinta d'un'altro. Speranza verrà a sapere ciò dai giornali. Si aggiunga che, sette mesi prima a Caprera, la servetta Battistina Ravello aveva partorito una bambina, Anita, frutto del suo rapporto col Generale. Il 10 febbraio del '60, un mese dopo lo sconsiderato matrimonio, Garibaldi riprese la corrispondenza con la donna amata come se nulla fosse avvenuto, solo chiedendole "... se posso con sicurezza mandarvi lettere lettere e manoscritti. Vostro sempre".
Speranza superò questi colpi con grande dignità, comprendendo che essi erano conseguiti alla stessa natura di tale uomo: fu da questo periodo che il loro rapporto prese l'impronta di una amicizia tra compagni d'armi.. Essa tornò a Caprera nel '61 e poi ancora ne '63 e nel '64 e ogni volta ne ripartì con la certezza che il vero Garibaldi era l'uomo che passava dalle epiche battaglie alla vita dei campi, rozza ed elementare, circondato dagli amici, dai figli e dalle donne che il destino gli mandava; chiedergli una qualsiasi adesione a sentimenti più esclusivi e sottili, sarebbe stato come pretendere da lui che si uniformasse ad etichette e consuetudini formali: impossibile!
Battistina Ravello, dopo la nascita di Anita, aveva lasciato Caprera e se n'era tornata al suo paese con la bambina, mettendo il Generale nelle angustie per la sorte di questa; egli ne parlò a Speranza ed essa subito gli offrì di assumerne l'affidamento. Passarono alcuni anni in cui la servetta si oppose a consegnare la piccola al padre ed egli dovette rivolgersi anche al tribunale per poter esercitare la patria potestà. Ecco un'altro aspetto peculiare dell'animo di Garibaldi: nutriva per i figli un amore di tipo patriarcale; che fossero legittimi o meno, egli li voleva per se, come un dono del cielo e gli amava con identico calore. La Schwartz lo comprese fino in fondo e seppe essergli vicina anche in ciò. Quando Anita ebbe nove anni, finalmente egli poté riaverla per intervento del tribunale e dopo un mese, nel luglio 1868, la affidò all'amica perché provvedesse alla sua educazione. La dama inglese si trovò di fronte ad una piccola selvaggia, violenta e vendicativa. Impossibile tenerla con se: era indispensabile metterla in un ottimo collegio ed essa ne scelse uno svizzero costoso e famoso, dove la piccola rimase alcuni anni, sempre a sue spese e seguita nel migliore dei modi.
Ma nella sua visita a Caprera, Speranza si avvide anche che la famiglia Garibaldi era cresciuta di un'altra donna e di un'altra figlia: fin dal 1865 infatti vi era giunta Francesca Armosino in qualità di nutrice dei figli di Teresita e di Stefano Canzio. Si trattava di un astigiana, cercata accuratamente dagli amici del Generale perché non potesse con le sue grazie insidiare tutti quegli uomini; e infatti non era affatto bella e neppure graziosa. Ma, a differenza della Battistina, Francesca era intelligente e di piglio energico, sapeva ispirare fiducia o per lo meno la seppe ispirare al capofamiglia, che a poco a poco la lasciò prendere possesso del ménage domestico. In breve tempo la donna divenne la serva - padrona e di lì il passo fu breve perché conquistasse il ruolo di incontrastata compagna del Generale. Il 16 febbraio 1867 nacque Clelia. Il fatto che un anno dopo egli affidasse Anita a Speranza lascia intendere che allontanasse volentieri dalla Casa Bianca un motivo di risentimento della sua donna, risolvendo nel contempo il problema dell'educazione della bambina; e la Schwartz era troppo esperta delle cose della vita per non rendersi conto che in questo momento Garibaldi stava srumentalizzandola in nome di quel gagliardo egoismo che è uno dei tratti caratteristici dei grandi uomini d'azione. Non disse nulla perché in realtà non sarebbe stata intesa dalla perfetta buona fede dell'amico; ma d'ora in poi la sua devozione si espresse soltanto nell'educazione di Anita, dalla quale per altro non ebbe alcuna soddisfazione e compenso morale. Si diradarono anche le visite a Caprera, dove tornò nel 1870 e poi nel '74, quando ormai i figli di Francesca Armosino erano tre. La scrittrice rivolse il suo ardore ideale alla causa della libertà del popolo cretese e si stabilì a Creta per parecchi anni, dedicando tutte le sue energie intellettuali, fisiche ed economiche a quegli infelici patrioti, fino ad ammalarsi e quasi a morirne. Garibaldi la seguiva da lontano sempre con affetto, ma nelle lettere la sua partecipazione pare attenuata per l'età e per i guasti che l'artrite andava producendo nel suo forte fisico.
Nel '75 Speranza, che si trovava ad Atene per riprendersi dalla malattia, si fece raggiungere da Anita: non si è mai saputo esattamente cosa sia intervenuto tra Garibaldi e lei in quella circostanza. Io propendo a credere che Anita, ora quindicenne, si sia incapricciata di voler raggiungere il famoso genitore - che aveva visto soltanto nell'infanzia - e abbia fatto ricorso a una menzognera messinscena scrivendogli che la Schwartz la maltrattava: la cosa non è incompatibile col carattere sempre dimostrato dalla ragazza. Ma credo anche che la Armosino e i figli maggiori del Generale, che non avevano mai celato la gelosa antipatia per la scrittrice, abbiano dato particolare credito ed enfasi alla lettera di Anita.
Menotti fu incaricato di andare ad Atene a prendere la giovane e di accompagnarla a Frascati, dove allora si trovava Garibaldi con la famiglia. Quindi tutti insieme tornarono a Caprera. Quì, Anita poté scatenarsi in tutta la sua naturalità, ma dopo pochi giorni fu assalita da una fortissima febbre e morì, non si sa se per un'infezione intestinale o per un'insolazione.
Ben 73 anni dopo, Clelia Garibaldi nel suo libro Mio padre diede una versione iniqua e priva di fondamento sulla intera vicenda di Anita, presentando la Schwartz come "la tedesca innamorata e feroce", colpevole della "pietosa avventura della bimba Anita". Poiché Clelia, all'epoca dei fatti, aveva appena 8 anni, è evidente che il suo racconto è frutto della versione accreditata da Francesca Armosino e poi tramandata nella memoria familiare.
Dal canto suo Speranza Von Schwartz, chiuse dentro di sè come in un forziere la conoscenza che ella ebbe fino in fondo delle uniche debolezze del grande Giuseppe Garibaldi: nella sua dignità di donna interruppe ogni rapporto anche epistolare con lui e soltanto finì un suo libro di memorie con una frase emblematica in cui diceva che egli era come un'astro nel cielo e che, come il sole, aveva alcune macchie.
A proposito di Francesca Armosino, alcuni autori ne parlano come una sorta di virago, malevola, avida, possessiva e volgare; altri dietro l'onda della più scoperta vena retorica, ne fanno l'ideale compagna dell'eroe, quasi una mitica figura di donna italica.
Ben pochi, anzi pochissimi, hanno fatto lo sforzo di penetrare un pò puù e un pò meglio nella mentalità e nella psicologia di questa popolana che assunse l'ingrato compito di vivere vicino a Garibaldi tra le mura domestiche. La provenienza di Francesca era il chiuso paesetto piemontese dell'800, dove agli uomini toccava lavorare la terra efinire ogni giorno della vita all'osteria; alle donne lavorare anch'esse la terra , curare la casa, i polli, il forno e via dicendo. per una ragazza non bella in una famiglia numerosa come la sua l'alternativa era di andare a servizio per pochi centesimi. E quasto le toccò, ancor prima di essere portata a Caprera. Riuscì anche a fare all'amore con un soldato e rimase incinta, quindi disonorata agli occhi dei paesani. L'occasione di andare a servire Garibaldi risolveva d'un colpo tutti i problemi: la bambina che aveva partorito fu lasciata a qualcuno ed essa fu portata di là dal mare, lontano dalle malelingue, anzi, riabilitata dal fatto di andare a servire nella casa di un'uomo importante.
Sicuramente quando conobbe l'Uomo di Caprera, Francesca capì con intelligenza che avrebbe potuto ricavarne quel che voleva: Garibaldi stimolò in lei il solo ideale che le si addiceva, quello di realizzare una sostanza utilizzando gli infiniti sprechi che in quella casa si commettevano a causa del disordine imperante e del non attaccamento del Generale alle cose materiali. Col suo fine fiuto contadinesco, la balia comprese che vicino a quell'uomo importante e diverso da ogni altro, avrebbe potuto sistemare non solo se stessa ma tutta la famiglia.
Nei primi anni Francesca si sottopose a lui con la naturalezza saggia di un cane e come tale imparò a leggere e a scrivere: è interessante notare che apprese a scrivere per imitazione del suo padrone, tanto che più tardi la sua scrittura era quasi identica a quella di Garibaldi ed essa potè aiutare Basso nella corrispondenza. Quando iniziarono i rapporti intimi, la vita nella casa mutò: Teresita e Canzio furono persuasi as andarsene a Genova con la loro figliolanza e gli ospiti ivitati a restare soltanto dopo aver sentito lei. In casa non si muoveva nulla senza il suo consenso e gradatamente fu posto un limite al disordine. Anche i garibaldini, sia pure per l'amore che portavano al loro Generale, dovettero adeguarsi, alcuni a denti stretti, a quella nuova imprevedibile gerarchia domestica.
Ma il capolavoro di Francesca fu di aver saputo rendersi indispensabile a Garibaldi nelle poche cose pratiche a cui egli tenesse e cioè la cura dei suoi figli, la cura della sua igiene personale, la cura dei suoi terribili dolori reumatici. In ciò essa lo servì sempre, fino alla morte di lui, con una devozione esclusiva e selvaggia che è la chiave di volta per comprendere un ménage che per molti fu sempre un mistero.
Per anni ed anni lo lavò, lo vestì, lo massaggiò, gli preparò tisane e medicine, lo trasportò in carrozzella, lo sollevò di peso tra le braccia; sempre senza un lamento, con espressione convinta e soddisfatta, quasi come una madre. Sapeva intuire i suoi gusti a tavola, anche i più modesti e ciò non è facile con persone tanto parche e frugali da contenere la scelta in pochissimi cibi.
Com'era nella sua indole Garibaldi, Garibaldi individuò perfettamente le qualità donna e queste elogiò ad ogni occasione, dandole in tal modo una propria collocazione esplicita, riconosciuta; anche Francesca come tutti gli altri, vicino a lui sentiva di esser qualcuno, mentre fuori dal rapporto con lui sarebbe stata una nullità. Quando nacquero Clelia, poi Rosita e infine Manlio, essa poté godere anche dell'elezione ideale che il compagno ne fece come madre dei suoi figli. Il sentimento che egli nutriva era di affetto mediato dalla nascita dei figli della sua vecchiaia, che egli amò in modo assoluto e possessivo, più ancora di quelli avuti da Anita.
Francesca invece amava Garibaldi con esclusività quasi animalesca e i bambini erano il frutto del suo possesso sul suo compagno e la prova per il mondo della sua vittoriosa rivincita sulla miseria: Sappiamo da Clelia che non lesinava schiaffoni e che in ogni occasione era pronta ad affidarli a qualcuno, pur di non abbandonare neppure un istante il suo idolo. Per lui, negli ultimi anni non esitò ad abbattere muri e porte, ad aggiungere un locale alla Casa Bianca, per rendergli più confortevole la vita, non ammise nessuno al privilegio di spingere la carrozzella dell'infermo e tanto meno di sollevarlo, vestirlo e svestirlo: erano fatiche enormi cui essa si sottoponeva quasi con beatitudine.
Quanto più il fisico di Garibaldi decadeva col progredire della malattia, tanto più fioriva quello di Francesca, nella pienezza della sua vittoria.
Egli era perfettamente cosciente della irreversibilità del suo male e nel rigore dei suoi principi morali, un unico cruccio lo tormentava: quello di riuscire a sposare Francesca e di poter così dare il proprio nome ai figli. Dal tempo del suo disgraziato matrimonio con la mrchesina Raimondi, nel '60, non aveva mai cessato di sollecitare l'annullamento, ma il desiderio divenne addirittura angoscioso dopo la nascita di Manlio, il prediletto, nel 1873. Tentò ogni via, nel '79 giunse ad umiliarsi fino al punto di inviare una supplica al re in carta bollata da £.1, come un cittadino qualsiasi, e forse fu questa la mossa che sbloccò una causa cui non erano valsi famosi avvocati e l'interessamento dei suoi amici più cari. Infatti l'annullamento fu concesso il 14 gennaio del 1880 e a Caprera fu gran festa.
Garibaldi chiese ed ottenne la dispensa dalle pubblicazioni e il 26 dello stesso mese alla Casa Bianca furono celebrate le nozze dal sindaco di La Maddalena Leonardo Bargone, alla presenza della numerosa famiglia dei garibaldini. Se per lui quell'atto rappresentò la pace della coscienza, per Francesca il matrimonio fu il coronamento di una vita di sacrifici, di costanza e di rivalsa sociale: aveva vinto, era la signora Garibaldi, moglie dell'uomo più importante d'Europa!
Tra il '75 e l''82 il Generale si ridusse a un povero corpo inerte martoriato dall'artrite deformante ed essa amava comporlo nella sedia a rotelle come un altarino, lindo e ordinato e così mostrarlo al mondo con lei immancabilmente al suo fianco; mai tanti ritratti e fotografie furono fatti a Garibaldi come negli ultimi suoi anni. Poi, utilizzando abilmente la venerazione popolare e la giustificazione di cure termali e cambiamenti d'aria, Francesca facilitò e caldeggiò viaggi in continente sempre più frequenti, esibizioni a volte penose di quello che era stato l'eroe, il Vate d'Italia, di città in città, secondo un rituale molto simile alle processioni delle reliquie. E inevitabilmente v'era una carrozza di lusso, con Garibaldi giacente e lei, Francesca, sempre al suo fianco con Clelia e Manlio bene in vista; in quelle occasioni, poichè non era corretto mostrarsi mentre sollevava di peso il malato, concedeva che fosse Menotti aiutato da uno degli intimi a svolgere l'incombenza. Così accadde fino a pochi giorni prima della morte, quando l'Uomo di Caprera fu portato prima a Napoli poi a Palermo in un'apoteosi di folla delirante quale non si vide mai nel nostro paese.
Il vecchio ormai immobile e quasi senza voce, non aveva perduto il suo potere sciamanico sulle masse e queste diedero una dimostrazione sconvolgente di mansuetudine: e facile comprendere l'ovazione, ma è un fatto unico che centinaia di persone entusiaste osservino il più assoluto silenzio al passaggio del loro idolo, , per non dargli una commozione eccessiva, ed erompano nell'urlo osannante soltanto quand'egli entra nella villa che lo ospita; eppure questo accadde nelle due città testimoni della sua più grande impresa.
Ma ora Garibaldi sentiva prossima la morte e voleva ad ogni costo tornare a Caprera. Palermo desiderava averlo ancora per qualche giorno, ma egli riprese il possesso del suo destino e fu irremovibile nell'ordinare la partenza, affermando che nella sua isola un sacro dovere lo aspettava.
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