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Giuseppe Garibaldi > L'Americano
Non so se è una gran scoperta, ma ho trovato la conferma di un episodio che gli storici americani hanno sempre negato storcendo il naso. Ossia che, all'inizio della Guerra di Secessione (1861-1865), il presidente Lincoln offrì a Garibaldi il comando dell'esercito nordista. La prova è contenuta in un biglietto postale autografo dell'Eroe dei Due Mondi riemerso dalle carte private dei Savoia donate da Umberto II all'archivio di Stato di Torino, dove sono ora conservate e catalogate con lodevole perizia.
Il biglietto, di colore azzurro, è indirizzato a "S.M. Vittorio Emanuele II Re d'Italia. Torino", proviene dal Forte del Varignano, La Spezia, e risale presumibilmente all'autunno del 1862 quando il Generale, ferito, era detenuto in quel Forte dopo i tragici fatti di Aspromonte.
Ecco il testo: "Sire, il presidente degli Stati Uniti mi offre il comando di quell'esercito ed io mi trovo in obbligo di accettare tale missione per un Paese di cui sono cittadino. Nonostante, prima di risolvermi, ho creduto mio dovere d'informarne la Vostra Maestà e sapere se crede che io possa ancora avere l'onore di servirla. Ho il piacere di dirmi di Vostra Maestà il devotissimo servitore. G. Garibaldi".
Sul verso dello stesso biglietto c'è anche questa nota autografa del Re: "Si risponda al Generale Garibaldi da parte mia in questi termini: Per quel che riguarda la questione degli Stati Uniti faccia quel che gli ispira la sua coscienza, che è sempre il solo giudice in affari di sì grave momento. Qualunque sia la decisione che prenderà, sono più che certo che non dimenticherà la cara Patria italiana che è sempre a capo dei suoi come dei miei pensieri".
Vediamo ora cosa accadde prima e dopo questo curioso scambio epistolare. Conclusa trionfalmente la spedizione dei Mille, che gli aveva consentito di offrire su un piatto d'argento il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele, Garibaldi si era di nuovo messo in movimento per portare a termine, con la presa di Roma, l'unificazione nazionale. Questa volta però, Torino non era rimasta a guardare. Privo dell'abile guida di Cavour, scomparso l'anno prima, il governo sabaudo aveva scelto la linea dura e aveva inviato i bersaglieri a stroncare la nuova spedizione garibaldina che aveva preso le mosse dalla Sicilia. Lo scontro fratricida si era verificato sull'Aspromonte ed era costato morti, feriti e anche numerose fucilazioni di bersaglieri che si erano uniti ai garibaldini. Garibaldi, ferito ad una gamba, era stato fatto prigioniero e trasferito nel Forte del Varignano dove era stato raggiunto dall'appello di Lincoln.
Nel frattempo era infatti scoppiata la Guerra di Secessione e l'esercito nordista, benché superiore di mezzi, collezionava sconfitte su sconfitte per mancanza di abili comandanti. L'idea di arruolare il carismatico Generale italiano era stata suggerita al Presidente dall'ambasciatore americano a Torino P.H. Marsh, secondo il quale Garibaldi era, in quel momento, "una delle più grandi potenze del mondo". Prima di muoversi, Marsh si era recato a visitarlo nel Golfo spezzino dove, peraltro, lui era di casa. Da molti anni, infatti, esisteva nella baia delle Grazie una base militare americana che ospitava una squadra navale incaricata di proteggere i traffici marittimi dalle scorrerie piratesche del Nordafrica. Di questa presenza pluriennale americana nelle acque spezzine si è ormai perduta anche la memoria. A testimoniarne la presenza era rimasto soltanto il camposanto dei Genchi (il cimitero degli yankee), ma anche questo è stato spazzato via dalle ruspe per far posto a quell'orrendo gasometro della Snam che ha deturpato la baia di Panigaglia senza offrire in cambio neanche qualche posto di lavoro.
Ma torniamo alla missione dell'ambasciatore Marsh. Egli era convinto del suo buon esito in quanto sapeva che il governo piemontese sarebbe stato felice di sbarazzarsi dell'ingombrante prigioniero. E infatti, l'appello di Lincoln trovò a Torino tutte le porte aperte. Restavano soltanto da definire i dettagli per il trasferimento. Ma, a questo punto, fu il Generale a creare delle difficoltà. Ben deciso a mantenere immacolata la propria immagine di Liberador, prima di accettare Garibaldi pose una sola condizione. "Voglio - disse - che il presidente degli Stati Uniti annunci ufficialmente che questa guerra si prefigge l'emancipazione degli schiavi".
Oggi, questa richiesta sembrerà addirittura pleonastica a chi ha conosciuto la storia americana attraverso i film che Hollywood ha dedicato all'epopea Yankee contro i razzisti e schiavisti del Sud, ma nella realtà le cose non stavano così. Quella guerra era scoppiata per ben altri motivi e, in quel momento, nessuno a Washington si sognava di mettere in crisi l'economia agricola con l'abolizione della schiavitù. Per questa ragione la pretesa di Garibaldi fu ritenuta inaccettabile dal Congresso. Di conseguenza le trattative furono interrotte, l'esercito nordista non ebbe un comandante italiano e Garibaldi, liberato dal Varignano, se ne tornò nella sua Caprera in attesa di altri eventi. Marsh si rifece ancora vivo con Garibaldi l'anno seguente. Nel frattempo la guerra si era fatta più dura e più impopolare e Lincoln, per riguadagnare il consenso dell'opinione pubblica, si era finalmente deciso a promettere la liberazione degli schiavi. Ma era ormai troppo tardi: assorbito da altri progetti, Garibaldi respinse l'offerta e fu davvero un peccato. Fosse andata diversamente, se non altro, Hollywood avrebbe avuto a disposizione un eroe molto più autentico dei vari Buffalo Bill o George A. Custer da collocare nell'empireo della "Nuova Frontiera", mentre Garibaldi da parte sua avrebbe trovato dei registi capaci di dedicargli dei film certamente meno melensi di quelli che gli ha dedicato Cinecittà.
di Arrigo Petacco
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