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Giuseppe Garibaldi
Tra novembre e dicembre arrivò a Rio de Janeiro, ma fu preceduto dalla sua fama di patriota. Qui incontrò il ligure Giuseppe Stefano Grondona, che, volendo conquistare l'amicizia del nizzardo, gli diede la presidenza della filiale sudamericana della Giovine Italia. Garibaldi entrò anche nella loggia massonica Asilo di Vertud. Inoltre si attivò nel diffondere le idee mazziniane, pubblicò articoli contro Carlo Alberto, duecento litografie della Lettera mazziniana a Carlo Alberto e acquistò una piccola nave da venti tonnellate, battezzata Mazzini. Con l'aiuto di Giovanni Battista Cuneo fondò un giornale intitolato Giovine Italia. Passato il primo entusiasmo, l'attività del gruppo di esuli (una trentina circa) si inceppò, la pubblicazione del giornale venne sospesa e la Mazzini fu utilizzata per sostentare Garibaldi.
Intanto già dal 1834 la provincia di Rio Grande do Sul era in aperta rivolta contro l'Impero Brasiliano. I ribelli erano guidati da un ricco proprietario terriero Bento Gonçalves da Silva. La guerra ebbe sorti alterne. Nel settembre del 1836 Gonçalves viene catturato dagli imperiali insieme a cinquecento guerriglieri, ma nonostante ciò la guerra continuò. Tra i prigionieri c'era un italiano Livio Zambeccari, che era tra le personalità più influenti del governo provvisorio riograndese. Un altro esule ligure, Rossetti, andò a far visita a Garibaldi per proporgi di aiutare il Rio Grande creando un corpo di corsari formato da esponenti della Giovane Europa. L'idea era di allargare il conflitto portandolo sul mare, e danneggiare così il commercio agli imperiali. Il comando sarebbe andato a Garibaldi, che nel febbraio del 1837 andò ad incontrare Zambeccari, e dichiarò la sua disponibilità a combattere per l'indipendenza del Rio Grande. Il 4 maggio ricevette la patente de corso, e il nizzardo si trovava così a sfidare un impero con un peschereccio. Il 7 salpò con la Mazzini e 12 uomini (tra questi l'amico Rossetti). Le prime operazioni furono di appoggio alla liberazione di due ufficiali riograndesi. La prima preda fu una lancia che però trasporta solo merci di scarso valore, e Garibaldi si limitò ad affrancare lo schiavo negro Antonio. L'11 maggio i corsari avvistarono una sumaca chiamata Luisa, una nave da carico, e la abbordano. Disinteressandosi dei passeggeri e dell'equipaggio che venne lasciato libero, si impadronirono però della loro barca e affrancarono i quattro schiavi presenti a bordo. I corsari si trasferirono sulla sumaca più nuova e più grande (di ventiquattro tonnellate), ribattezzata con il nome della vecchia Mazzini, che fu affondata. Vista l'impossibilità di fare rifornimenti, poiché le coste erano presidiate dagli imperiali, Garibaldi e i suoi puntano per Maldonado in Uruguay. Il 28 maggio la nave giunse nel porto uruguagio, senza sapere che lo stato rioplatense non è più alleato del Rio Grande ma era passato dalla parte del Brasile. Il viceconsole brasiliano a Maldonado ordinò di bloccare i corsari. Però intorno a Garibaldi si era creato un clima di simpatia, favorito dalla mediazione degli emigranti italiani e dall'eco favorevole della liberazione di cinque schiavi, notizia che ebbe grande risonanza poiché, per errore, ne furono indicati cento. Nella notte tra il 5 e il 6 giugno, durante una tempesta, lasciò il porto, poiché aveva saputo che una nave da guerra brasiliana stava venendo per catturarli. I corsari si diressero verso la punta Jesus y Maria dove doveva aspettarli Rossetti con i rifornimenti. Ma non lo trovano poiché era stato bloccato dalle autorità uruguage. In seguito la Mazzini avvistò un lancione di Montevideo, con il compito di arrestare i corsari. Tra le due imbarcazioni si verificò un primo scontro a fucilate, poi gli uruguagi tentarono un arrembaggio, respinto a sciabolate. Rimasto ucciso il timoniere Fiorentino, al suo posto gli subentrò Garibaldi. Ma anche il nizzardo fu ferito, anche se la pallottola gli entrò nel collo, dall'orecchio sinistro, e si fermò sotto l'orecchio destro senza causare danni irrimediabili. Gli uruguagi terminarono le munizioni e si ritirarono, mentre i corsari scapparono verso le coste argentine. Il 26 giugno, consigliati da Jacinto Anderus, sbarcarono a Gualeguay dove chiesero asilo. Il governo argentino arrestò l'equipaggio, che comunque viene trattato con riguardo; eranoliberi di circolare nella città e gli fu concesso un sussidio di un pesos al giorno. A Garibaldi venne curata la ferita e recuperò la salute. Imparò ad andare a cavallo (avendo come maestri i gauchos) ma rimase fermo nel suo intento di continuare la lotta. Una notte scappò verso l'Uruguay; ma fu preso dopo due giorni. Riportato a Gualeguay con i piedi legati alla pancia di un cavallo e le braccia dietro le spalle, visto che non rivelava i suoi complici venne appeso ad una trave e frustato e poi imprigionato per due mesi. Nel febbraio del 1838 fu liberato e andò prima a Montevideo, dove insieme agli amici Rossetti e Cuneo si diresse nel Rio Grande do Sul. Messosi in contatto con i ribelli, fu nominato comandante della flotta e subito diede impulso alla costruzione. L'11 aprile partì da Porto Alegre un battaglione imperiale guidato da Francisco Pedro de Aruba detto Moringue. L'azione fu condotta con molta rapidità e l'avamposto fu assediato, ma Garibaldi con i suoi uomini riuscì a respingere l'assedio e a cacciare gli imperiali. La battaglia del Galpon de Xarqueada ebbe una eco enorme e diede forza ai riogandesi, che decisero di allargare il fronte rivoluzionario alla provincia di Santa Caterina. Il primo obbiettivo era la conquista di Laguna. Il comando della spedizione venne dato a David Canabarro mentre Garibaldi ebbe la guida delle forze navali. Il 14 luglio entrò nell' Oceano Atlantico, ma a causa del mare in tempesta e dell' eccessivo carico la Farroupilha , governata da Garibaldi, si rovesciò. Annegarono sedici dei trenta componenti dell'equipaggio, tra cui gli amici Mutru e Carniglia; il nizzardo fu lunico italiano superstite. Allora a Garibaldi venne dato il comando della Seival con lo scopo di togliere il dominio dei mari agli imperiali. Visto che le forze dell'avversario erano nettamente superiori, Garibaldi decise di giocare d'astuzia. Senza ingaggiare battaglia si ritirò verso sud, attirando le navi nemiche in un' imboscata. Due lancioni andarono all'inseguimento ed entrarono in dei canali, dove erano nascoste le truppe riogandesi che assalirono e catturarono le navi. I ribelli approfittarono di questo successo per sferrare l'attacco decisivo. Il 25 luglio 1839, le truppe imperiali si ritirarono e l'esercito riograndese entrò trionfale nella città e si instaurò la Republica Juiliana. Allora il governo di Rio de Janeiro prese delle energiche misure, inviando 12 navi e 3 lancioni al comando del maresciallo Francisco Josè Souza Suares de Andrea. La strategia imperiale fu quella di porre il blocco a Laguna, ma Garibaldi, con audaci iniziative, riuscì a far allontanare i nemici e a compiere azioni corsare. Nonostante ciò la situazione stava peggiorando e nella neonata repubblica regnava il malcontento. Garibaldi fu costretto a compiere un'azione ripugnante: attaccò con i suoi uomini la cittadina di Imaruì, che abbandonò al saccheggio perché era passata agli imperiali. Infatti il 15 novembre l'esercito brasiliano riconquistò la città, e i repubblicani (circa 500) si diedero alla fuga sugli altipiani. Qui si svolsero altre battaglie con fortune alterne. Nei pressi di Forquillas fu impegnato per la prima volta in un combattimento esclusivamente terrestre, attaccò con i suoi marinai il nemico e lo costrinse alla ritirata. Dopo queste battaglie ritornarono a Rio Grande.Sconfitto, nel 1842 riparò in Uruguay, dove comandò la flotta uruguaiana in una battaglia navale contro gli argentini. In Uruguay sposa nel 1842 Ana Maria de Jesus Ribeiro, detta Anita, che aveva conosciuto nel 1839, nella città di Laguna, Brasile. Nel periodo successivo Garibaldi tentò di tornare in Italia mettendosi al servizio di qualche regnante. Nel 1847 cerco un abboccamento con Pio IX e scrisse al Cardinal Gaetano Bedini che in quegli anni era nunzio in Brasile. In una famosa lettera giunse ad "offrire a Sua Santità la sua spada e la legione italiana per la patria e per la chiesa cattolica" ricordando "i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali" pur sapendo che "il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli". Mons. Bedini rispose cortesemente ringraziando, ma l'offerta della legione da Roma non venne accolta.
Garibaldi, dopo essere sbarcato il 21 giugno a Nizza con i suoi compagni, si recò il 5 luglio a Roverbella, nei pressi di Mantova, per offrirsi volontario al re Carlo Alberto, che però lo respinse. Tornato in Europa nel 1848 per partecipare alla prima guerra di indipendenza contro gli austriaci e i francesi, fu protagonista di imprese che lo trasformarono in un eroe agli occhi del popolo. Per la disparità delle forze in campo fu costretto alla resa, dovette abbandonare il suo esercito e fuggire per la seconda volta all'estero.
Garibaldi tornò in Italia nel 1854 e cinque anni dopo partecipò alla seconda guerra di indipendenza contro gli austriaci. Nel 1860 Garibaldi organizzò una spedizione per conquistare il Regno delle Due Sicilie. Raccolto un corpo di spedizione di mille uomini, le Camicie Rosse, Garibaldi raggiunse la Sicilia e si proclamò nuovo governatore dell'isola in nome di Vittorio Emanuele II. Nella battaglia di Calatafimi mise in rotta l'esercito del re di Napoli e un'insurrezione popolare gli consegnò la città di Palermo. Si proclamò Dittatore delle Due Sicilie.
Dopo avere consegnato il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele il 26 ottobre 1860 al bivio di Taverna della Catena nei pressi di Teano(in realtà comune di Vairano Patenora, questo grosso errore storico ha generato una diatriba tra i 2 comuni che dura da 70 anni), Garibaldi si ritirò sull'isola di Caprera per studiare nuovi piani al fine di conquistare lo Stato pontificio. Nel 1861 venne eletto deputato nel primo Parlamento del nuovo Regno d'Italia.
Garibaldi organizzò la prima spedizione in terra romana nel 1862; il tentativo fallì e lo stesso Garibaldi rimase ferito negli scontri. La spedizione del 1867 fu fermata dalle truppe francesi. Durante la guerra franco-prussiana del 1870-1871, Garibaldi guidò un esercito di volontari a sostegno dell'esercito della nuova Francia repubblicana.
La popolarità di Garibaldi, la sua capacità di sollevare le folle e le sue vittorie militari resero possibile la riunificazione dello stato italiano.
Nel 1880 sposò una popolana piemontese Francesca Armosino, sua compagna da 14 anni e dalla quale ebbe 3 figli.
Dopo avere combattuto per tutta la vita, Garibaldi morì a Caprera il 2 giugno 1882.
Dopo qualche viaggio nel Mediterraneo, su una nave mercantile e nella marina del bey di Tunisi, partì per l'America del Sud, raggiungendo Rio de Janeiro nel 1836. In unione ad un altro esule italiano, Luigi Rossetti, tentò di lavorare nel commercio marittimo, ma senza risultati. Appoggiò allora i ribelli repubblicani del Rio Grande, insorti contro il governo imperiale di Don Pedro II, esercitando per loro la guerra da corsa contro il Brasile, lungo le coste e i fiumi del Brasile, dell'Uruguay e dell'Argentina.
Dopo molte peripezie ed aver preso parte a diverse azioni belliche, cadute, per le discordie interne, lasciò la regione, recandosi, nel 1841, a Montevideo. Al soggiorno riograndese risale il suo incontro con Anita, l'innamoramento, l'abbandono del marito per seguire l'eroe e la nascita nel 1840 del primogenito Menotti, cui seguirono Teresita e Ricciotti. Morto poi il marito, il 26 marzo 1842, Giuseppe e Anita poterono unirsi in matrimonio a Montevideo. Anche nell'Uruguay, Garibaldi riprese a combattere in favore di quel paese che lottava contro l'Argentina. Comandante di alcune flottiglie, fu in questo periodo che creò la Legione Italiana, che condusse, vestita di quelle camicie rosse che un giorno diverranno leggendarie, in diverse valorose azioni, come nei combattimenti del Cerro, del Salto e sul fiumicello S. Antonio. Quest'ultima battaglia mise in luce le qualità militari di Garibaldi, nominato generale, e nel 1847, capo della difesa di Montevideo.
Le speranze suscitate nei patrioti italiani dall'elezione di Pio IX al soglio pontificio, spinsero Garibaldi ad offrire al pontefice la propria legione. L'offerta non fu accettata tuttavia Garibaldi partì per l'Italia sbarcando a Nizza nel giugno 1848, quando già le truppe di Carlo Alberto erano in marcia contro gli Austriaci. Nonostante il parere contrario di Mazzini, non esitò allora ad offrirsi con le sue truppe al re, che però non volle inquadrarlo nell'esercito. Si pose allora alla testa di alcuni battaglioni volontari, ma l'armistizio di Solasco lo sorprese quando era ancora nella fase organizzativa; ribellatosi alla tregua con le sole sue forze batté gli Austriaci a Luino, occupando Varese, ma attaccato da forze superiori a Morazzone, faticò poi a disimpegnarsi e a ritirarsi in Svizzera. Tornato a Genova, fu eletto deputato ma anziché sedere in Parlamento, preferì recarsi nell'Italia centrale organizzando una legione in appoggio al governo provvisorio di Roma. Proclamata la Repubblica Romana (9 febbraio 1849), fu nominato generale comandante delle truppe della città, battendo i Francesi a Porta San Pancrazio e i Napoletani a Palestrina. Gli attacchi in massa sferrati dai Francesi ebbero tuttavia ragione dell'eroica resistenza delle truppe garibaldine al Gianicolo a villa Corsini - ove si coprirono di gloria Manara, Dandolo, Mameli, Bixio - e ancora a villa Spada, ma il 2 luglio Garibaldi fu costretto a lasciare la città, incalzato da ogni parte dai nemici
Giunto dopo lunghe peripezie e con una marcia leggendaria a San Marino, fece deporre le armi ai suoi soldati, proseguendo poi con solo 250 uomini per Cesenatico. Imbarcato su alcuni bragozzi che presto furono catturati dalle navi austriache, riuscì a stento a sbarcare a Magnavacca (oggi Porto Garibaldi). Congedati i suoi continuò a piedi con un solo compagno, il capitano Leggero. Nella cascina Guiccioli, Anita, incinta e gravemente ammalata, che lo aveva sempre seguito in ogni sua avventura, gli moriva tra le braccia. All'eroe neppure è concesso il conforto di seppellirla: braccato dagli Austro-papali è costretto a riprendere la fuga. Con l'aiuto di diversi patrioti, Garibaldi riesce a raggiungere Portovenere (presso La Spezia), ma il governo sardo, onde evitare comprensibili complicazioni di natura politica lo invita ad emigrare.
Fu allora a Tangeri, poi a New York ove trova lavoro in una fabbrica di candele, quindi nell'America meridionale e centrale, poi in Cina, dedicandosi al cabotaggio; quindi ritorna a New York, sosta in Inghilterra e nel 1854 è a Nizza finché, nel 1857 può ritirarsi nell'isolotto di Caprera, dove aveva acquistato alcuni terreni, e dedicarsi all'agricoltura. Pur nel silenzio però continua a mantenere rapporti epistolari con i patrioti italiani. Si allontanava intanto sempre più dal Mazzini e aderiva alla monarchia sabauda purché questa facesse sua la causa italiana.