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Gli occhi che ridono

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Gian Maria Volontè – Gli occhi che ridono
Nonostante la censura. Perché di censura si tratta per quanto riguarda l'inqualificabile assenza, all'interno della programmazione telesiva non dico di questi ultimi anni (perché un Giordano Bruno o un Cittadino al di sopra di ogni sospetto in prima serata, oh my god!, potrebbero essere solo una specie di miracolo o lo scherzo di qualche primula rossa del palinsesto), ma almeno di una quindicina di anni fa, dell'amata faccia di Gian Maria Volontè.
Nonostante la censura – dicevo – mi sono innamorata. Come di un cugino lontano mai visto, sentito solo nominare, che magari, per il nome un po' così, si credeva persino di origini francesi, mi sono innamorata quest'estate.
È inutile. Ero troppo piccola quando interpretava film storici, e troppo piccola per ricordarmelo prima che morisse. Ma ne avevo sentito parlare a casa e, per qualche caso fortuito, se mi capitava di zompettare da un canale all'altro la notte nell'era pre-glaciale della televisione italiana, più di una volta finivo sui titoli di testa di qualche film con musiche da brivido – altro che Dario Argento – in perfetta sintonia con le terrificanti storie di questo Belpaese. E c'era Sciascia, e c'era Elio Petri, e c'era la Melato e tanti altri nomi che in qualche modo vengono ogni giorno un po' più inghiottiti nell'insulsaggine che ci avvinghia i piedi.
Quest'estate in una rassegna che anticipava le manifestazioni in ricordo di questo nostro grande attore – Tagliacozzo Film Festival naturalmente, ancora duro e ancora puro sebbene al limite della Resistenza – come al solito mi sono rintanata per un po' tra le poltroncine e l'odore di umido della sala di proiezione, e mi sono goduta una retrospettiva rivelatrice su Volontè e non solo.
Perché, in realtà, quello che si dimentica forse, o che per noi "gggioooovani" è difficile comprendere, è che si trattava di un'altra idea di cinema. Cinema come arte naturalmente, ma che odorava, anzi meravigliosamente puzzava se necessario, d'umano, di vita, vita vera, raccolta nelle fabbriche, nelle cronache, negli scandali politici della classe politica, pantheon intoccabile dominato dalla D.C. delle contraddizioni in seno al P.C.I., che Volontè viveva in prima persona, essendo un cittadino militante, cioè un cittadino con una coscienza civile fortissima e impegnato in prima persona nel '68 in tutte quelle manifestazioni, a partire dal teatro da strada (ben diversamente dall'immagine del presunto artista giuggiolone disimpegnato che va tanto di moda oggi, vedi la presenze a mio avviso molto fuori luogo della lumacosa coppia Ricky-Izzo che lamentava la rivalutazione dei B-movies anni '80 mentre ben altro viene dimenticato, ah si? Mister In questo mondo di ladri?).
Volontè il ribelle – come hanno fatto notare molti degli ospiti presenti alla serata di apertura all'Ambra Jovinelli della rassegna dedicata ai film che ha interpretato, e all'affetto che ancora oggi lo avvolge come si proteggerebbe un bambino di inestimabile purezza – era un attore vero, un animale da scena, magico nella sua imperfezione, che racchiudeva molto della sua qualità d'attore, oltre che nel suo sguardo colto, nella proteiforme fisicità, nell'energia che trasudava da ogni singolo benedetto poro della sua pelle.
Il volto sempre madido di sudore che quasi presagiva una malattia, come quella dei grandi artisti (e non parlo solo della malattia dell'animo, la melanconia), la faccia grande, gli occhi buoni, la sensualità di grandi braccia, grandi mani e quella voce ironica e profondamente umana, tremante a volte e a volte terribile. Così diverso dall'impalpabile voce dell'altro indimenticato "Marcello! Come here!".
Giuliano Montaldo, che lo diresse nel film da Oscar Sacco e Vanzetti, racconta che in una delle rare proiezioni, non in notturna, sulla RAI (Radio Televisione Italiana), Volontè venne ancora oltraggiato, non solo lui, ma la storia, la storia degli italiani, da un unico, piccolo (stupidamente concepito indolore) taglio, ma decisivo, nel momento in cui il pescivendolo italoamericano Vanzetti, condannato ingiustamente insieme all'amico Sacco in pieno clima maccartista, per un omicidio che non avevano commesso, salendo sulla sedia elettrica sulla quale sarà giustiziato, proferisce una piccolissima frase: "Viva l'anarchia!".
Volontè, racconta ancora Montaldo, era uomo d'arte, appassionato del suo lavoro quanto ossessionato dalla necessità della responsabilità dell'artista rispetto al proprio mestiere e al pubblico. Ma, anche nella piena concentrazione di uno dei suoi tanti personaggi, tutti ritratti estremamente sentiti e amati dall'attore, anche quando rappresentavano le più terribili nefandezze che si sono compiute e continuano a compiersi in questo paese – dal libero pensatore Giordano Bruno, all'uomo Vanzetti, dal protagonista sofferente de La classe operaia va in paradiso al cittadino al di sopra di ogni sospetto, che non era solo un personaggio o un simbolo ma esisteva davvero in molta italianità malintesa, al Moro di Todo modo in quello squarcio allucinato e lucido sulla collusione tra chiesa e mondo politico coincidente a lungo in Italia con il lento scorrere tranquillo della democrazia cristiana – Volontè non dimenticava mai di tenere il cuore e la mente aperti al mondo fuori dal set, seppur con impacciati slanci di desiderio nell'aiutare l'altro, si trattasse di un operaio o un rifugiato cileno, con troppo entusiasmo e puro senso di solidarietà umana e civile e di idea di comunione del singolo con la res pubblica. Credo che fosse come se in lui rivivesse lo spirito mai morto di un'arte che deve far parte dell'uomo, libera dalle catene dei giochi di potere, dai dogmi religiosi, tesa solo a rendere l'artista stesso, come il fruitore, brechtianamente consapevole, aiutarlo ad essere un individuo migliore, non permettere mai, soprattutto, la sopraffazione dell'uomo sull'altro uomo. Non voglio pensare a cosa avrebbe detto di ciò che sta accadendo oggi nel mondo. In Italia. Anzi, spero che non lo sappia e che possa scorgere solo lo sguardo pazzamente innamorato di tanti di noi dell'idea di ragione, della parola, del gesto, dello sguardo ribelle, ma con gli occhi che ridono, che ci ha lasciato.
mercoledì 8 dicembre 2004 di Veronica Flora



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