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Gianmaria

La Maddalena > Isolani famosi nel mondo > Gian Maria Volontè

"Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita".

Molto più che un grande attore, Gian Maria Volonté, come anche Pasolini, è stato testimone, protagonista, punto di riferimento di una stagione difficile e indimenticabile del nostro paese. A dodici anni dalla sua scomparsa è ancora vivo il rimpianto per un vuoto incolmabile e una mancanza che ha impoverito il panorama culturale italiano. Il nostro spazio si limita di riproporne all'attenzione di chi lo ha amato e di quei pochi che ancora non lo conoscono, la vita e la carriera straordinaria di un attore forse unico per il rigore delle scelte e per l'inimitabile capacità di essere "scomodo" e indisponibile a ogni compromesso. Una vita e una carriera esemplari. Dagli esordi nel teatro di strada (i Carri di Tespi) alle grandi pagine del cinema civile di Rosi, Petri e Montaldo, dalle memorabili interpretazioni di personaggi emblematici della storia italiana (Mattei, Moro, Lucky Luciano) alle ricorrenti fughe all'estero, ovunque ci fossero delle buone ragioni da difendere (Cuba, Cile, Spagna), dagli scandali clamorosi (la messa in scena a Roma del "Vicario") alle rivolte solitarie contro le regole e le consuetudini del mondo dello spettacolo.
Credo che Gian Maria Volonté sia stato il più grande attore italiano del suo tempo, senza nulla voler togliere alla grandezza di Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Alberto Sordi, icone immense del nostro cinema e del teatro e della televisione, ma profondamente altri, abissalmente diversi da Gian Maria. Il cui talento aveva, fin nella fase di emersione dal suo profondo, modalità così contorte, complesse, sofferte, talora auto distruttive, raramente gioiose, più spesso pensose, penose e contraddittorie, da farne letteralmente un mostro. Un mostro di bravura ma anche di cattiveria, soprattutto verso se stesso, un mostro di generosità e di impegno ma anche di egoismo, con punte di cinismo, qualche volta sarcastico. Un mostro di trasformismo, artistico ma anche emozionaie, psicologico e addirittura fisico. Un camaleonte con un volto solo, una voce sola, ma capace di assumere mille volti, mille voci semplicemente indossando mille maschere e tuttavia rimanendo sempre se stesso: geniale e puntiglioso, ossessivo, severo con sé e con gli altri, intollerante fino a divenire talora intollerabile per la sua meticolosità e addirittura per il suo fanatismo professionale. Federico Fellini, che l'aveva voluto per il ruolo del protagonista del Casanova, s'era visto costretto a rinunciarvi. Con reciproca soddisfazione. "Vuole discutere tutto", mi disse un giorno, "scena per scena, battuta per battuta: sarà pure amico tuo ma è un cretino".
Fellini era giustamente insofferente d'ogni intrusione nella sua sfrenata, geniale creatività ma Volonté certamente non era un cretino. Era un autore, un attore-autore. Le prodigiose performances artistiche di Gian Maria - che per un certo tempo si trasformava anche psicologicamente e nel fisico, nella vita di tutti i giorni, nel personaggio che interpretava, con le sue luci e le sue ombre, con le sue vette di nobiltà e le sue voragini di ignobiltà - erano sempre il frutto di un lavorìo bizantino e indefesso, quasi paranoico, sulla storia e sui profili dalle mille sfaccettature del singolo personaggio cui era chiamato a dar vita, volto, voce, spessore, profondità, credibilità interiore e comportamentale. Non si limitava solo a studiare e ristudiare la psicologia e le potenzialità emozionali delle anime che doveva interpretare, si sforzava anche di coglierne - pur quando si trattava di personaggi mai esistiti, e dunque figurarsi per gli altri, quelli esistiti o esistenti - la fisicità dei corpi, la loro gestualità, la cangiante fisionomia dei loro volti e il loro atteggiarsi e muoversi, la mobilità degli occhi soprattutto, e delle mani, e dell'incedere, e delle tonalità della voce. Per impadronirsene. Una volta che, chiacchierando fra noi mentre preparava Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, apprese casualmente che avevo studiato e fatto un esame di Filosofia del diritto con lo statista assassinato, mi inchiodò per un intero week-end su una sedia per raccontargli come faceva lezione Moro, come si muoveva, che tono di voce aveva, come si rapportava agli altri, come interrogava agli esami, come agitava le mani e come guardava i giovani, gli studenti, con che occhi, con che lampi negli occhi, con quali insofferenze, con quali condiscendenze. E studiava e ristudiava tutti i materiali filmati ch'era riuscito a procurarsi sul presidente della DC rapito e ucciso dalle Brigate Rosse. Per catturarne l'anima. Chi ricorda il film sa bene con quali prodigiosi risultati.
Nasceva così, film dopo film - con un metodo che si sarebbe detto da Actor's Studio ed era invece il "metodo d'inchiesta Volonté", unico e irripetibile e infatti mai più ripetuto da alcuno dei nostri pur grandi interpreti - quella strepitosa galleria di personaggi che sono diventati leggenda. Leggenda del cinema ma anche della storia, storia per immagini, quella del mondo in cui viviamo. Sugli scaffali di una cineteca immaginaria (ma non poi tanto), i personaggi cui Gian Maria ha dato vita si potrebbero raggruppare per temi o per categorie, come si classificano i libri in biblioteca. Così potrebbe esservi, aggirandovisi disordinatamente, il settore "Volonté e i banditi" e vi troverebbero posto il Ramon Rojo di Per un pugno di dollari e l'Indio di Per qualche dollaro in più di Sergio Leone, il Gramigna di L'amante di Gramigna e il Pietro Cavallero di Banditi a Milano di Carlo Lizzani, il Lucky Luciano di Francesco Rosi, il criminale evaso di I senza nome di Jean-Pierre Melville. Il nutrito settore "Volonté e gli intellettuali" allineerebbe il professor Paolo Laurana di A ciascuno il suo di Elio Petri, il Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli di Rosi, il Giordano Bruno di Giuliano Montaldo, l'alchimista Zenon Ligre dell'Opera al nero di André Delvaux, il pedagogo Johann Heinrich Pestalozzi di Pestalozzi's Berg di Peter van Gunten, il professor Franzò di Una storia semplice di Emidio Greco e perfino il sorprendente balordo bizantino Teofilatto dell'Armata Brancaleone di Mario Monicelli. La sezione "Volonté e i mass media" comprenderebbe le figure dei vari giornalisti da lui interpretati in Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio, Tre colonne in cronaca di Carlo Vanzina, La morte di Mario Ricci di Claude Goretta. Un vero e proprio campionario di cronisti. Il più inquietante risulterebbe il settore dedicato a "Volonté e la politica", con dentro i film nei quali il grande camaleonte interpreta due Aldo Moro mirabilmente diversissimi fra loro in Todo modo di Petri e Il caso Moro di Ferrara, l'Enrico Mattei del Caso Mattei di Rosi, il Ben Barka dell'Attentato di Yves Boisset. Sullo scaffale intitolato "Volonté, la classe operaia e la rivoluzione", piuttosto affollato, troverebbero posto lo straripante Lulù Massa della Classe operaia va in paradiso di Petri, ma anche il mite Felice autista d'autobus di Un ragazzo di Calabria di Luigi Comencini, il fiero sindacalista Salvatore Carnevale di Un uomo da bruciare e il Renno militante antimafia di Sotto il segno dello scorpione di Paolo e Vittorio Taviani, il partigiano delle Quattro giornate di Napoli di Nanni Loy, dei Sette fratelli Cervi di Gianni Puccini e del Terrorista di Gianfranco De Bosio, il tormentato dirigente comunista Emilio del Sospetto di Francesco Maselli, l'ambiguo terrorista di Ogro di Gillo Pontecorvo, l'orgoglioso anarchico di Sacco e Vanzetti di Montaldo, gli eroici rivoluzionari latino-americani di Quien sabe? di Damiano Damiani, un po' cialtroni, e di Actas de Marusia di Miguel Littin, fin troppo consapevoli, ma anche i loro oppressori emblematicamente raffigurati da Volonté nel feroce personaggio del Tiranno Banderas di José Luis Garcia Sanchez, ultimo film da lui interpretato, fra i meno riusciti registicamente ma fra i più illuminanti della portentosa capacità di Gian Maria di rendere magistralmente, fin nei minimi tic, l'orrore umano, morale e politico di un sanguinario dittatore, sudamericano ma non solo. E infine la sezione dedicata a "Volonté e la legge', o l'ingiustizia se si vuole, che comprende l'irraggiungibile schizofrenico personaggio del capo della squadra omicidi di Indagine al di sopra di ogni sospetto di Petri (Premio Oscar), l'irreprensibile e umanissimo magistrato di Porte aperte di Gianni Amelio, l'antimilitarista sottotenente Ottolenghi di Uomini contro di Rosi per il quale Volonté, come per Petri, fu un attore-feticcio che il grande regista volle anche in Cronaca di una morte annunciata, il quinto film del loro mirabile sodalizio. Senza dimenticare l'incisivo personaggio dell'ufficiale nordista nel pur fragile Vento dell'Est di JeanLuc Godard.
Performances leggendarie, si diceva, ma anche, almeno con alcuni, litigate leggendarie: con i registi, con gli sceneggiatori, con i produttori, più raramente con i colleghi che pretendeva fossero sempre preparati quanto lui fin dalla prima scena, dal primo ciak. I dissidi, talora le risse, talora gli scontri anche fisici, scaturivano dalla determinazione con cui Volonté affrontava la lettura, l'interpretazione, la vita dei suoi personaggi che a suo modo reinventava, qualche volta anche nelle battute, nei comportamenti, nelle azioni, mandando su tutte le furie gli autori del film che tuttavia si vedevano costretti, alla fine, a dargli ragione. In questo senso Gian Maria era un autore-attore, ovvero l'autore (c'è chi ha detto lo sceneggiatore, ma non mi sembra corretto) del personaggio cinematografico da interpretare, a studiare il quale dedicava tempo, fatica, concentrazione, spasmodica passione. Ecco la parola giusta: passione. E' la passione, senza limiti, senza freni, ma lucida, razionale, inesorabile, la chiave per capire la grandezza di Volonté, della sua immensa arte attoriale, ma anche della sua vita personale e politica, sempre un po' più in là (non necessariamente più in su) degli altri, sempre un po' in eccesso, sempre un po' estremista: se tu dicevi una cosa di sinistra, tanto per fare il verso a Nanni Moretti, lui ne diceva una ancor più di sinistra. Per dispetto, per puntiglio. Per necessità fisiologica e caratteriale. Per vocazione e provocazione culturale e politica. E scoppiavano così discussioni accese, interminabili, finanche verbalmente violente. Che alla fine si risolvevano, spesso, in una risata. Giacché Gian Maria, a differenza del lugubre ritratto che da qualcuno è stato tracciato di lui, sapeva ridere e far ridere volentieri, con battute fulminanti e sulfuree. Per poi attaccare a cantare, spesso a due voci con sua figlia, arie intere di quelle opere liriche da lui amate alla follia, soprattutto il Don Giovanni di Mozart che conosceva perfettamente a memoria. Il suo sogno segreto, raramente confessato, sarebbe stato quello di interpretare film comici, il suo sogno mai realizzato quello di portare sullo schermo l'allucinato, filiforme, sognante personaggio di Don Chisciotte avendo accanto a sé Paolo Villaggio nei panni abbondanti di Sancho Panza. Quante volte l'ho sentito parlare del progetto che purtroppo non prese mai il volo.
Per una serie di ragioni personali più che professionali o giornalistiche (mi scuso se mi cito, ma ebbi la fortuna di intervistarlo numerose volte per l'Unità e in seguito di frequentarlo assiduamente nella mia casa o nella sua di via del Moro a Trastevere prima, a Velletri più tardi, nella villa che era stata di Eduardo De Filippo e apparteneva ora ad Angelica Ippolito, ultima compagna di Gian Maria), io lo conoscevo bene e vorrei qui raccontare, per esserne stato testimone, due o tre cose che so di lui, per parafrasare i titoli di due celebri film.

Grandissimo attore, ha recitato le maschere del potere e dell'impotenza d'Italia, i protagonisti della violenza, della mitezza paziente e delle zone torbide d'ambiguità, il bene, il male, la reticenza: come i veri grandi, la cui ambizione eroica e impossibile è sempre quella di rappresentare tutto. Uomo coraggioso e morale, ha fatto le sue scelte con coerenza senza rinunce nei momenti difficili, senza compromessi né viltà. È stato il più ideologico degli attori italiani: non per passione d'ideologia o perché fosse di sinistra o partecipasse a manifestazioni o si esibisse nel teatro di strada, ma perché ha voluto, cercato e spesso avuto ruoli forti significativi, personaggi da vivere e far vivere, non da indossare come vestiti. Con gli anni era diventato quasi bello (così magro, così elegante, così desolato), ed era molto simpatico. Oltre la timidezza scontrosa, la riservatezza riottosa, la fermezza pudica nell'astenersi dai riti banali e a volte scemi dello spettacolo, in certe piccole risate sussultanti o in certi scatti tempestosi riconoscevi l'uomo delle passioni: quello che andava in barca per mare durante intere giornate o settimane, che amava la politica, che amava le donne (dopo la separazione dalla prima moglie Tiziana Mischi, altre compagne o mogli erano state Carla Gravina, Armenia Balducci, Angelica Ippolito), che amava la vita e aveva saputo battersi da guerriero anche contro un tumore ai polmoni costatogli anni di sofferenza e d'assenza. Milanese, s'era diplomato all'Accademia d'arte drammatica nel 1957, aveva recitato in teatro (Fedra, Sacco e Vanzetti, Sogno d'una notte di mezza estate, Romeo e Giulietta, Zio Vanja) e alla televisione (Rogozin ne L'idiota, sceneggiato da Dostoevskij). Era arrivato al cinema nel 1960 in Sotto dieci bandiere di Duilio Coletti come ci arrivano gli attori di teatro: con diffidenza, per caso, per fare un po' di soldi. Invece era un destino. Ha portato sullo schermo uomini- chiave (Enrico Mattei, Aldo Moro, Ben Barka, Lucky Luciano) e figure cruciali della società (operaio settentrionale, contadino meridionale, militare, magistrato, comunista sotto il fascismo, sindacalista, poliziotto, criminale, leader politico, giornalista e direttore e proprietario di giornali). Ha lavorato per registi stranieri (Theo Anghelopulos con Lo sguardo di Ulisse era soltanto l'ultimo, prima c'erano stati Jean-Luc Godard, Miguel Littin, Claude Goretta, altri). Ha creato un'intesa straordinaria di reciproca necessità con alcuni dei migliori registi italiani: Elio Petri (A ciascuno il suo, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso, Todo Modo); Francesco Rosi (Uomini contro, Il caso Mattei, Lucky Luciano, Cristo si è fermato a Eboli); Paolo e Vittorio Taviani (Un uomo da bruciare, Sotto il segno dello Scorpione). Ma anche quando, agli inizi, compariva in Ercole alla conquista di Atlantide, oppure quando recitava ghignanti banditi sadici per Sergio Leone o rivoluzionari messicani per Damiano Damiani, a quei personaggi dava spessore, significati, una rilevanza non mestierante. Le lodi maggiori andavano alla sua versatilità, al camaleontismo perfezionista, alle impressionanti capacità di trasformarsi, all'abilità di cogliere somiglianze, al talento di diventare un altro, altri: ma chissà se erano tanto giuste. Gian Maria Volonté non imitava, non impersonava. La sua arte arrivava a svelare e restituire le caratteristiche anche più segrete d'una persona, a condensare d'un personaggio quell'essenza fatta pure di memoria, cultura, psicologia e funzione nella collettività. Vederlo recitare il poliziotto di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, l'operaio nevrotico de La classe operaia va in paradiso, il giudice ostinato di Porte aperte di Gianni Amelio, il professore testimone lucido e scorato di fatti intollerabili alludente a Leonardo Sciascia in Una storia semplice di Emidio Greco, voleva dire per gli spettatori comprendere meglio e in profondità quei ruoli sociali e anche l'Italia: non semplicemente aver assistito a uno spettacolo ma aver vissuto un'esperienza, e non dimenticarla. A Volonté piaceva andarsene per il mondo, anche per imprese imperfette come Tirano Banderas di José Luis Garcia Sanchez, storia ispano-cubana d'un dittatore latinoamericano, o come L'opera al nero di André Delvaux tratto dal romanzo di Marguerite Yourcenar o come Pestalozzi Berg di Peter van Gunten, cine-biografia svizzero-tedesca dell'educatore esemplare: "Amo girare per le culture, conoscere, dare il mio contributo soprattutto agli scambi europei". Aveva, come tanti, brutti periodi di depressione, ma tentava di combatterli con la razionalità: "Cerco di capire, di intuire le ragioni della mia depressione, di superarla se è possibile". Come tanti, provava il sentimento di vuoto e di solitudine di chi ha impegnato se stesso nelle speranze di cambiamento per ritrovarsi con il dubbio che tutto sia stato invano: "Ma disperato no, non sono. Resta sempre un terreno inesplorato dove la speranza può rinascere, e questo terreno può essere il domani".



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