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Eroi maddalenini

La Maddalena > Storia e cultura > La Marina Militare

militari in batteria

Una guerra mai dichiarata apertamente, ma non per questo meno lunga e sanguinosa, fu quella combattuta dalle potenze mediterranee contro i "barbareschi" o "turchi": cosi venivano chiamati i i suggiti delle reggenze nordafricane di Tunisi, Algeri e Tripoli che, ignorando ogni forma di diritto saccheggiavano e depredavano soprattutto le coste Italiane.

Umili eroismi di marinai maddalenini

Gli abitanti dell'arcipelago avevano provato sulla loro pelle cosa significava l'arrivo dei "turchi" prima che il Regno di Sardegna occupasse militarmente le isole per stabilirne in modo definitivo l'appartenenza: nel 1794 o '65 Pasquale Millelire, Simon Giovanni Ornano e il figlio Giovani Marco erano stati rapiti da Santo Stefano. Ancora nel 1978 non si sapeva se fossero vivi e si chiedeva al nuovo Governo di intervenire per riscattarli.
Negli ultimi decenni del XVIII secolo per la neonata comunità maddalenina la lotta ai barbareschi era quasi parte della vita quotidiana. Gli uomini no imbarcati sui "regi legni", si offrivano volontari sulle guardacoste per attaccare le imbarcazioni pirata che passavano nel canale delle Bocche di Bonifacio o in prossimità della costa Gallurese, mettendo a disposizione, all'occorrenza, anche le loro gondole. Quelli imbarcati sulle navi, che pattugliavano gran parte dell'anno le coste sarde, ebbero modo di scontrarsi spesso con quei predoni, combattendo con grinta a rischio sempre della loro vita.
Uno di questi episodi è arrivato fino a noi grazie alla vivace relazione fattane da uno dei migliori ufficiali sardi della Marina, Vittorio Porcile.
I barbareschi a Cala di Fico
Il 19 agosto 1787, alle 7di mattina, la regia galera della Marina Santa Barbara era ancorata a Carloforte, al comando del luogotenente di Marina Vittorio Porcile. l'apparente tranquillità del mattino fu bruscamente turbata dall'arrivo del fratello del comandante, Antonio, con la notizia che a ponente dell'isola, a Cala di Fico, era approdata una galeotta barbaresca da 18-20 uomini. In base alle condizioni del vento e a quelle della piccola flotta, Porcile organizzò subito la spedizione.
Le tre imbarcazioni disponibili sarebbero partite immediatamente con compiti diversi: la mezza galera sarebbe passata nord dell'isola in modo da sorprendere la galeotta nel caso che questa uscisse da Cala Fico diretta, presumibilmente, a nord; la fregata armata con 21 persone di equipaggio e cinque soldati di truppa, avrebbe percorso la rotta meridionale in caso da intercettare la galeotta i caso che questa, volendosi sottrarre alla caccia della mezza galera avesse deciso di scappare verso sud. La feluca guardacoste avrebbe seguito l'operazione con compiti di appoggio. Il vento da sud est avrebbe messo la fregatina in condizione di manovrare a suo piacimento e avrebbe, invece, contrastato la manovra della galeotta; la mezza galera potendo contare anche sui remi oltre che sulle vele, avrebbe avuto maggiori possibilità di manovra anche col vento contrario. Alle o e un quarto le imbarcazioni salpavano.
L'azione
A due miglia circa a nord di Carloforte si scorse la galeotta che dava la caccia ad un battello sardo diretto a Oristano: il canotto a rimorchio della mezza galera, di ostacolo alla caccia fu perciò mollato, in modo che la feluca che seguiva a distanza, potesse recuperarlo e, mentre la galeotta, aiutandosi con i remi, cercava di guadagnare il vento, Porcile fece inalberare la bandiera del Re di Sardegna e, contemporaneamente, sparare il primo colpo di avvertimento.
Visto che la galeotta ignorava i segnali proseguendo per la sua corsa, Porcile fece imbrogliare la vela di maestra puggiando in direzione del nemico e facendo partire ua scarica di cannoni e di fucili. La galeotta rispose con una bordata, risultata del tutto inefficace, pochi attimi prima che la mezza galera si poggiasse violentemente al suo fianco destro in posizione di abbordaggio e lanciasse il rizzone (sorta di ancora a più marre) bloccandola. Subito "dei marinai più arditi", armati di sciabole, scavalcarono il bordo della nave nemica: erano, indicati con il nome di battaglia, l'Azzardo, Colombano, Capriata e Pieretti. Ma il vento fresco aveva scagliato con eccessiva velocità la mezza galera contro la galeotta, "i turchi, intimoriti, si erano dati alla banda, la maglia del rizzone si strappò" liberando dalla presa la galeotta che, sballottata dai violenti contraccolpi si rovesciava sbalzando tutti a mare e allontanandosi dalla mezza galera. l'acqua fra le due imbarcazioni brulicava di corpi dei turchi frastornati che cercavano scampo salendo sulla chiglia della galeotta.
Mentr l'Azzardo, uno dei marinai sardi sbalzato a mare coi nemici, emergeva tenendo fra i denti la sciabola, il rais turco, che si trovava vicino gli sferro un colpo di tagar sulla testa. Il nostro eroe era, a detta dei testimoni, visibilmente "sbalordito", stordito dalla permanenza sott'acqua e ora anche dalla ferita: sanguinante afferrò la sciabola e colpì con tutta la forza che gli restava il rais al collo e alla testa, obbligandolo a gettare in mare le sue armi. alla resa del loro capitano anche gli altri turchi, che avevano perso ogni velleità, si arresero.
Dalla mezza galera avevano seguito gli avvenimenti senza poter intervenire: ora cercavano di avvicinarsi per recuperare soprattutto i feriti per i quali, date le vistose ferite, la permanenza in acqua poteva rivelarsi mortale., ma la scarsa manovrabilità della mezza galera impediva il recupero. Quindi, attraverso segnali, alla fregatina che intanto raggiungeva da sud fu trasferito il compito di recuperare i naufraghi e di prendere a rimorchio l'imbarcazione. Poiché il vento aumentava, la piccola flotta fu costretta riparare a Capo Pecora, dove giunse verso le due e mezza pomeridiane. Solo il giorno seguente, nel primo pomeriggio poté rientrare a Carloforte.
La relazione del Porcile
Porcile approntò due relazioni per i suoi superiori con il bilancio dell'operazione: dei 17 componenti dell'equipaggio tunisino di Biserta, due erano morti nel primo attacco con le armi da fuoco, quattro erano stati feriti, undici erano sani anche se un po' ammaccati; la galeotta si era rovesciata diverse volte a causa del mare tempestoso e quindi aveva perso tutti gli attrezzi e le dotazioni di bordo.
Il primo rapporto di Porcile metteva in evidenza il coraggio e la determinazione di alcuni membri dell'equipaggio che egli citava: il luogotenente Verde, Il pilota Bartolomeo Alagna "nella giusta direzione della rotta e manodopera di vele, il comito Millelire in eseguire puntualmente e con grande attività quanto gli veniva ingiunto, il sottocannoniere Maurano non meno per la prontezza e l'abilità nell'esercizio del cannone". Tra i marinai si erano distinti i quattro saltati prontamente a bordo della galeotta abbordata, i già nominati l'Azzardo, Colombano, Capriata e Pieretti.
Tutti i membri dell'equipaggio citati, ad eccezione del luogotenente Verde e e del cannonier Mauran, erano destinati a mettersi in luce in altri episodi della lotta contro i barbareschi, ma soprattutto nel momento forse più difficile per la sopravvivenza della comunità, quando contribuirono a respingere l'attacco gallo-corso nel febbraio del 1793.
In un secondo foglio allegato alla relazione suddetta, Porcile dava merito per "zelo e attività dimostrata", ad altri componenti dell'equipaggio: lo scrivano di bordo, il chirurgo Siga, e un giovane volontario, imbarcatosi a La Maddalena, figlio del cavaliere Raynardi, comandante delle Isole Intermedie. Il ragazzo intendeva evidentemente avviarsi alla carriera militare, avendo già partecipato, sempre come volontario, ad altre crociere della mezza galera, nella quale non appariva fra gli imbarcati effettivi: mostrava, a giudizio di Porcile "vivacità, attaccamento e propensione alla navigazione".
L'azione non registrò perdite umane nell'equipaggio della mezza galera, ma "il marinaro di prima classe Panzano (l'Azzardo), ritrovatosi con una ferita trasversale alla testa alla parte inferiore dell'ossa parietale della parte sinistre a fatta da arma tagliente in occasione del combatto".
Il sessantacinquenne valoroso rais tunisino Hisjamuda aveva riportato due ferite, "una al collo e l'altra al di sopra del sopracciglia della parte sinistra fatte da arma tagliente". Nella colluttazione anche gli altri marinai dovevano aver usato destramente le loro sciabole provocando a un tunisino la perdita di tre dita della mano sinistra e ad un altro un profondo taglio longitudinale alla parte inferiore della scapola destra. le ferite apparivano guaribili, nessuno risultava in pericolo di vita e perciò si prevedeva che la vendita "degli schiavi" o il loro riscatto avrebbe garantito un buon introito per la Casa Reale e per tutto l'equipaggio sardo.
Il nostro umile eroe Pietro Paolo Panzano
Tutti i marinai della flotta sarda erano stato chiamati con un nome di battaglia che essi stessi sceglievano: abitualmente si trattava di un appellativo la cui iniziale corrispondeva a quella del cognome, ma a volte l'esotismo delle parole francesi conquistava la fantasia dei giovani, che quindi finivano per chiamarsi Biencontente, Francouer, Foudroyant, Bellefleur o, come Pantano Le Hazard. Spesso la grafia di questi nomi era pasticciata e anche la loro traduzione in italiano si basava su approssimative assonanze. piuttosto che sui significati reali: così le hasard che significa caso, rischio, diventava per Pantano "L'Azzardo" o addirittura "Lasard".
L'Azzardo era uomo di mare, arruolato nei primi anni di carriera, sulle Regie gondole di stanza a La Maddalena che in quegli anni svolgevano attivamente un ruolo di lotta al contrabbando e di controllo contro i barbareschi su tutta la costa settentrionale della Sardegna. Troviamo notizie di Panzano, come di altri personaggi della microstoria maddalenina, grazie alle puntuali relazioni fatte in occasione della divisione delle prede, cioè delle imbarcazioni (e del carico) sequestrate i azioni militari: difatti i 3/5 del loro valore doveva essere assegnato, ai sensi del Regolamento del 24 aprile 1768, agli equipaggi che avevano contribuito alla cattura e che, quindi, venivano elencati con precisione in quanto assegnatari di quote differenziate in base al grado e al compito svolto.
Nel 1782 Panzano era imbarcato sulla gondola guardacoste l'Aquila., equipaggiata con nove marinai maddalenini di terza classe, che agli ordini del signor Borra ufficiale nelle compagnie franche comandante delle Isole Intermedie, aveva predato due gondole contrabbandiere di Bonifacio: la prima carica di bestiame, la seconda di lardo. Passò poi, con l'equipaggio quasi al completo dell'Aquila, su una delle gondole predate ai bonifacini che era stata assorbita nella flottiglia sarda col nome "La Speditiva", continuando l'attività guardacoste. La nuova unità partecipò con successo alla sostanziosa preda costituita da un bastimento a due alberi del padrone Angelo Nobili di Bonifacio carico di pelli di contrabbando.
A partire dal 1783 Panzano non risulta più imbarcato sulle gondole: lo ritroviamo nel 1787 come marinaio di prima classe sulla mezza galera Santa Barbara. Non abbiamo altre notizie: sappiamo solo che al momento dell'assegnazione derivanti dalla divisione delle prede, era già morto: la somma assegnatagli fu, infatti, consegnata ai suoi eredi i fratelli Antonio e Francesco.
Una guerra mai dichiarata apertamente, ma non per questo meno lunga e sanguinosa, fu quella combattuta dalle potenze mediterranee contro i "barbareschi" o "turchi": cosi venivano chiamati i i suggiti delle reggenze nordafricane di Tunisi, Algeri e Tripoli che, ignorando ogni forma di diritto saccheggiavano e depredavano soprattutto le coste Italiane.

Umili eroismi di marinai maddalenini
di Giovanna Sotgiu

Gli abitanti dell'arcipelago avevano provato sulla loro pelle cosa significava l'arrivo dei "turchi" prima che il Regno di Sardegna occupasse militarmente le isole per stabilirne in modo definitivo l'appartenenza: nel 1794 o '65 Pasquale Millelire, Simon Giovanni Ornano e il figlio Giovani Marco erano stati rapiti da Santo Stefano. Ancora nel 1978 non si sapeva se fossero vivi e si chiedeva al nuovo Governo di intervenire per riscattarli.
Negli ultimi decenni del XVIII secolo per la neonata comunità maddalenina la lotta ai barbareschi era quasi parte della vita quotidiana. Gli uomini no imbarcati sui "regi legni", si offrivano volontari sulle guardacoste per attaccare le imbarcazioni pirata che passavano nel canale delle Bocche di Bonifacio o in prossimità della costa Gallurese, mettendo a disposizione, all'occorrenza, anche le loro gondole. Quelli imbarcati sulle navi, che pattugliavano gran parte dell'anno le coste sarde, ebbero modo di scontrarsi spesso con quei predoni, combattendo con grinta a rischio sempre della loro vita.
Uno di questi episodi è arrivato fino a noi grazie alla vivace relazione fattane da uno dei migliori ufficiali sardi della Marina, Vittorio Porcile.
I barbareschi a Cala di Fico
Il 19 agosto 1787, alle 7di mattina, la regia galera della Marina Santa Barbara era ancorata a Carloforte, al comando del luogotenente di Marina Vittorio Porcile. l'apparente tranquillità del mattino fu bruscamente turbata dall'arrivo del fratello del comandante, Antonio, con la notizia che a ponente dell'isola, a Cala di Fico, era approdata una galeotta barbaresca da 18-20 uomini. In base alle condizioni del vento e a quelle della piccola flotta, Porcile organizzò subito la spedizione.
Le tre imbarcazioni disponibili sarebbero partite immediatamente con compiti diversi: la mezza galera sarebbe passata nord dell'isola in modo da sorprendere la galeotta nel caso che questa uscisse da Cala Fico diretta, presumibilmente, a nord; la fregata armata con 21 persone di equipaggio e cinque soldati di truppa, avrebbe percorso la rotta meridionale in caso da intercettare la galeotta i caso che questa, volendosi sottrarre alla caccia della mezza galera avesse deciso di scappare verso sud. La feluca guardacoste avrebbe seguito l'operazione con compiti di appoggio. Il vento da sud est avrebbe messo la fregatina in condizione di manovrare a suo piacimento e avrebbe, invece, contrastato la manovra della galeotta; la mezza galera potendo contare anche sui remi oltre che sulle vele, avrebbe avuto maggiori possibilità di manovra anche col vento contrario. Alle o e un quarto le imbarcazioni salpavano.
L'azione
A due miglia circa a nord di Carloforte si scorse la galeotta che dava la caccia ad un battello sardo diretto a Oristano: il canotto a rimorchio della mezza galera, di ostacolo alla caccia fu perciò mollato, in modo che la feluca che seguiva a distanza, potesse recuperarlo e, mentre la galeotta, aiutandosi con i remi, cercava di guadagnare il vento, Porcile fece inalberare la bandiera del Re di Sardegna e, contemporaneamente, sparare il primo colpo di avvertimento.
Visto che la galeotta ignorava i segnali proseguendo per la sua corsa, Porcile fece imbrogliare la vela di maestra puggiando in direzione del nemico e facendo partire ua scarica di cannoni e di fucili. La galeotta rispose con una bordata, risultata del tutto inefficace, pochi attimi prima che la mezza galera si poggiasse violentemente al suo fianco destro in posizione di abbordaggio e lanciasse il rizzone (sorta di ancora a più marre) bloccandola. Subito "dei marinai più arditi", armati di sciabole, scavalcarono il bordo della nave nemica: erano, indicati con il nome di battaglia, l'Azzardo, Colombano, Capriata e Pieretti. Ma il vento fresco aveva scagliato con eccessiva velocità la mezza galera contro la galeotta, "i turchi, intimoriti, si erano dati alla banda, la maglia del rizzone si strappò" liberando dalla presa la galeotta che, sballottata dai violenti contraccolpi si rovesciava sbalzando tutti a mare e allontanandosi dalla mezza galera. l'acqua fra le due imbarcazioni brulicava di corpi dei turchi frastornati che cercavano scampo salendo sulla chiglia della galeotta.
Mentr l'Azzardo, uno dei marinai sardi sbalzato a mare coi nemici, emergeva tenendo fra i denti la sciabola, il rais turco, che si trovava vicino gli sferro un colpo di tagar sulla testa. Il nostro eroe era, a detta dei testimoni, visibilmente "sbalordito", stordito dalla permanenza sott'acqua e ora anche dalla ferita: sanguinante afferrò la sciabola e colpì con tutta la forza che gli restava il rais al collo e alla testa, obbligandolo a gettare in mare le sue armi. alla resa del loro capitano anche gli altri turchi, che avevano perso ogni velleità, si arresero.
Dalla mezza galera avevano seguito gli avvenimenti senza poter intervenire: ora cercavano di avvicinarsi per recuperare soprattutto i feriti per i quali, date le vistose ferite, la permanenza in acqua poteva rivelarsi mortale., ma la scarsa manovrabilità della mezza galera impediva il recupero. Quindi, attraverso segnali, alla fregatina che intanto raggiungeva da sud fu trasferito il compito di recuperare i naufraghi e di prendere a rimorchio l'imbarcazione. Poiché il vento aumentava, la piccola flotta fu costretta riparare a Capo Pecora, dove giunse verso le due e mezza pomeridiane. Solo il giorno seguente, nel primo pomeriggio poté rientrare a Carloforte.
La relazione del Porcile
Porcile approntò due relazioni per i suoi superiori con il bilancio dell'operazione: dei 17 componenti dell'equipaggio tunisino di Biserta, due erano morti nel primo attacco con le armi da fuoco, quattro erano stati feriti, undici erano sani anche se un po' ammaccati; la galeotta si era rovesciata diverse volte a causa del mare tempestoso e quindi aveva perso tutti gli attrezzi e le dotazioni di bordo.
Il primo rapporto di Porcile metteva in evidenza il coraggio e la determinazione di alcuni membri dell'equipaggio che egli citava: il luogotenente Verde, Il pilota Bartolomeo Alagna "nella giusta direzione della rotta e manodopera di vele, il comito Millelire in eseguire puntualmente e con grande attività quanto gli veniva ingiunto, il sottocannoniere Maurano non meno per la prontezza e l'abilità nell'esercizio del cannone". Tra i marinai si erano distinti i quattro saltati prontamente a bordo della galeotta abbordata, i già nominati l'Azzardo, Colombano, Capriata e Pieretti.
Tutti i membri dell'equipaggio citati, ad eccezione del luogotenente Verde e e del cannonier Mauran, erano destinati a mettersi in luce in altri episodi della lotta contro i barbareschi, ma soprattutto nel momento forse più difficile per la sopravvivenza della comunità, quando contribuirono a respingere l'attacco gallo-corso nel febbraio del 1793.
In un secondo foglio allegato alla relazione suddetta, Porcile dava merito per "zelo e attività dimostrata", ad altri componenti dell'equipaggio: lo scrivano di bordo, il chirurgo Siga, e un giovane volontario, imbarcatosi a La Maddalena, figlio del cavaliere Raynardi, comandante delle Isole Intermedie. Il ragazzo intendeva evidentemente avviarsi alla carriera militare, avendo già partecipato, sempre come volontario, ad altre crociere della mezza galera, nella quale non appariva fra gli imbarcati effettivi: mostrava, a giudizio di Porcile "vivacità, attaccamento e propensione alla navigazione".
L'azione non registrò perdite umane nell'equipaggio della mezza galera, ma "il marinaro di prima classe Panzano (l'Azzardo), ritrovatosi con una ferita trasversale alla testa alla parte inferiore dell'ossa parietale della parte sinistre a fatta da arma tagliente in occasione del combatto".
Il sessantacinquenne valoroso rais tunisino Hisjamuda aveva riportato due ferite, "una al collo e l'altra al di sopra del sopracciglia della parte sinistra fatte da arma tagliente". Nella colluttazione anche gli altri marinai dovevano aver usato destramente le loro sciabole provocando a un tunisino la perdita di tre dita della mano sinistra e ad un altro un profondo taglio longitudinale alla parte inferiore della scapola destra. le ferite apparivano guaribili, nessuno risultava in pericolo di vita e perciò si prevedeva che la vendita "degli schiavi" o il loro riscatto avrebbe garantito un buon introito per la Casa Reale e per tutto l'equipaggio sardo.
Il nostro umile eroe Pietro Paolo Panzano
Tutti i marinai della flotta sarda erano stato chiamati con un nome di battaglia che essi stessi sceglievano: abitualmente si trattava di un appellativo la cui iniziale corrispondeva a quella del cognome, ma a volte l'esotismo delle parole francesi conquistava la fantasia dei giovani, che quindi finivano per chiamarsi Biencontente, Francouer, Foudroyant, Bellefleur o, come Pantano Le Hazard. Spesso la grafia di questi nomi era pasticciata e anche la loro traduzione in italiano si basava su approssimative assonanze. piuttosto che sui significati reali: così le hasard che significa caso, rischio, diventava per Pantano "L'Azzardo" o addirittura "Lasard".
L'Azzardo era uomo di mare, arruolato nei primi anni di carriera, sulle Regie gondole di stanza a La Maddalena che in quegli anni svolgevano attivamente un ruolo di lotta al contrabbando e di controllo contro i barbareschi su tutta la costa settentrionale della Sardegna. Troviamo notizie di Panzano, come di altri personaggi della microstoria maddalenina, grazie alle puntuali relazioni fatte in occasione della divisione delle prede, cioè delle imbarcazioni (e del carico) sequestrate i azioni militari: difatti i 3/5 del loro valore doveva essere assegnato, ai sensi del Regolamento del 24 aprile 1768, agli equipaggi che avevano contribuito alla cattura e che, quindi, venivano elencati con precisione in quanto assegnatari di quote differenziate in base al grado e al compito svolto.
Nel 1782 Panzano era imbarcato sulla gondola guardacoste l'Aquila., equipaggiata con nove marinai maddalenini di terza classe, che agli ordini del signor Borra ufficiale nelle compagnie franche comandante delle Isole Intermedie, aveva predato due gondole contrabbandiere di Bonifacio: la prima carica di bestiame, la seconda di lardo. Passò poi, con l'equipaggio quasi al completo dell'Aquila, su una delle gondole predate ai bonifacini che era stata assorbita nella flottiglia sarda col nome "La Speditiva", continuando l'attività guardacoste. La nuova unità partecipò con successo alla sostanziosa preda costituita da un bastimento a due alberi del padrone Angelo Nobili di Bonifacio carico di pelli di contrabbando.
A partire dal 1783 Panzano non risulta più imbarcato sulle gondole: lo ritroviamo nel 1787 come marinaio di prima classe sulla mezza galera Santa Barbara. Non abbiamo altre notizie: sappiamo solo che al momento dell'assegnazione derivanti dalla divisione delle prede, era già morto: la somma assegnatagli fu, infatti, consegnata ai suoi eredi i fratelli Antonio e Francesco.

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