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De Genejs

La Maddalena > Storia e cultura > Storia dell'isola

Giorgio Des Geneys, nato a Chiomonte il 29 aprile 1761 da Giovanni Agnes Des Geneys barone di Fenile e Mathie e da Cristina Boutal dei conti di Pinasca, a 12 anni fu arruolato come guardiamarina di 2ª Classe nella Marina Sarda.
Una esigua forza navale che a quell'epoca schierava una piccola fregata (la San Carlo con 32 cannoni e 230 uomini di equipaggio) un felucone, una galeotta catturata ai pirati tunisini, che infestavano le coste della Sardegna, ed alcune imbarcazioni minori, cui era affidato il non facile compito di proteggere dalle rapine dei pirati barbareschi gli estesi litorali della Sardegna e il fiorente commercio della contea di Nizza, del principato di Oneglia, della contea di Loano.

Per il suo primo mese d'imbarco il giovanissimo barone percepì 13 lire e 18 soldi del Piemonte, corrispondenti all'incirca agli odierni 100 euro.
Modestissima paga anche per un blasonato dodicenne seppure fornito di mezzi propri, che in una Marina di ridotte dimensioni come quella sarda aveva prospettive di carriera assai inferiori a quelle che gli avrebbe offerto l'esercito, cui il Regno sardo piemontese dedicava la maggiore parte delle sue cure.

Comunque nel 1776, a soli 15 anni Des Geneys fu imbarcato come 2° ufficiale sul cutter Speditivo, il quale poco dopo eseguì una riuscita incursione contro alcune imbarcazioni piratesche tunisine ancorate nella rada di Biserta, facendogli conoscere l'emozione di affrontare per la prima volta il fuoco del nemico.

Nel 1778, ormai diciassettenne, Des Geneys ottenne il grado di guardiamarina di 1ª Classe con uno stipendio annuo di 351 lire piemontesi integrato da 30 soldi giornalieri per "trattamento di tavola".
Nello stesso anno, dopo anni di ritardi, dagli scali di Villafranca uscì la fregata San Vittorio con la quale Giorgio Des Geneys compì tre campagne contro i pirati nordafricani, quasi imprendibili per via delle loro snelle imbarcazioni, molto veloci perché spinte da remi e larghe vele latine.
In quella del 1779 la San Vittorio scambiò qualche cannonata con una nave pirata, che fuggendo abbandonò una "Tartana" da carico toscana appena catturata.
Nel 1780 Des Geneys si segnalò per avere abbordato e catturato un "legno" barbaresco precedentemente cannoneggiato dalla San Vittorio. L'azione fruttò al Des Geneys il comando dell'equipaggio da preda e condusse la nave catturata in un porto sardo.
Il primo importante incarico arrivò nel 1783, quando al ventiduenne Des Geneys, promosso per concorso luogotenente di fanteria, fu dato il comando della mezza galera Beata Margherita che, insieme alla gemella Santa Barbara, e ad alcune galeotte e feluconi, fu inviata in Sardegna per difendere gli abitanti delle regioni costiere dalle continue e feroci razzie dei pirati nordafricani.

Le mezze galere, imbarcazioni di trenta metri già all'epoca tecnicamente superate, erano però particolarmente adatte per la caccia alle feluche barbaresche perché veloci e manovriere in quanto spinte da vele latine e rematori.
Dopo un breve periodo come capo di stato maggiore sulla San Vittorio comandata dal commodoro britannico Ross, Des Geneys tornò sulla Beata Margherita assumendo il comando della flottiglia di mezze galere, alla cui testa il 13 luglio 1789 intercettò e catturò un tre alberi pirata tunisino, che fu prontamente rimesso in servizio nella Marina Sarda.
Due mesi dopo Des Geneys ebbe il suo primo importante incarico a terra in qualità di aiutante del Viceré della Sardegna.
In guerra contro la Francia

Alla fine del settembre 1792, avendo il Piemonte respinto le richieste della Repubblica Francese, questa occupò Nizza e Villafranca.
Delle navi sarde presenti in quest'ultimo porto, solo la San Vittorio riuscì a sottrarsi alla cattura.
Dopo la fuga Des Geneys cercò invano di convincere Ross a portare la sua fregata nell'Atlantico per condurre una guerra di corsa contro il naviglio francese.
Invece Ross condusse la San Vittorio nel neutrale porto di Genova dove essa rimase in disarmo fintantoché - entrata in guerra anche la Gran Bretagna - poté uscirne sempre con Ross comandante e Des Geneys suo secondo col grado di capitano.
Unitasi alle forze della coalizione antifrancese che difendevano Tolone, quando questa piazza cadde per l'abile strategia del giovane Napoleone Buonaparte, la San Vittorio fu data alle fiamme, mentre il suo equipaggio prendeva il mare sulla più moderna e meglio armata fregata francese Alceste di preda bellica.
Però la nuova nave non portò fortuna.
Infatti non molto tempo dopo essa fu catturata insieme a Ross e Des Geneys dopo un accanito combattimento con una squadra francese.
Liberato nell'agosto 1795, l'anno successivo l'ormai trentacinquenne Giorgio Des Geneys fu nominato comandante del minuscolo Corpo cui la Marina Sarda si era ridotta per effetto della sconfitta subita dal Piemonte a opera dell'emergente Bonaparte durante la campagna d'Italia del 1796.


La difesa di Oneglia

La sopravvivenza di un Piemonte indipendente, per quanto ridotto all' impotenza, era sgradita alla Repubblica Francese, che nel 1798 cercò di eliminarlo aizzandogli contro fuorusciti politici piemontesi e le forze della Repubblica Cisalpina e di Genova.
Una prima puntata dei fuorusciti nella zona di Pinerolo e una seconda dei cisalpini a Pallanza fallirono per la ferma opposizione di minuscoli contingenti di truppe sabaude.

La terza, condotta il 27 giugno dello stesso anno dalla Repubblica di Genova contro Oneglia, di cui era da poco governatore Des Geneys, assunse invece il carattere di una autentica campagna militare.
Date le forze in campo - 7.000 genovesi con decine di cannoni contro 500 piemontesi e circa 300 volontari onegliesi arroccati entro vecchie fortificazioni - le probabilità di una vittoriosa resistenza erano assai poche.
Coadiuvato da ottimi subalterni Des Geneys invece di attendere passivamente l'urto del nemico, assunse l'iniziativa prima sconcertando i genovesi poi sconfiggendoli con una serie di inaspettati attacchi portati sui loro fianchi da piccoli e audaci contingenti. Il risultato fu clamoroso.
Gli assalitori lasciarono sul campo 300 prigionieri, 5.500 fucili e 37 pezzi d'artiglieria.
Tuttavia l' occupazione di Oneglia fu solo rinviata. Il 14 giugno 1799, la vittoria napoleonica di Marengo costrinse Carlo Emanuele III a ritirarsi in Sardegna, mentre il Piemonte diveniva un semplice dipartimento della Repubblica Francese.


La lotta alla pirateria nordafricana

A differenza di molti ufficiali piemontesi che accettarono l'arruolamento nell'esercito francese, Des Geneys seguì il Re in Sardegna, dove nel 1801 ebbe il comando della minuscola squadra incaricata della difesa dell'isola.
Le maggiori minacce non venivano però dalla flotta francese, tenuta in rispetto dalla squadra dell'ammiraglio Nelson, bensì dai pirati musulmani, che fatti arditi dalla debolezza delle difese della Sardegna avevano intensificato le loro incursioni.

Un esempio della potenza della pirateria fu lo scempio di Carloforte, assalito da una forza navale tunisina composta da due sciabecchi da 26 cannoni, due polacche da 24 ed una galeotta. Dopo avere ucciso, saccheggiato e incendiato, i tunisini si erano allontanati con ottocentotrenta abitanti presi come schiavi.

Sino al 1814 quando - sconfitto Napoleone - la monarchia sabauda fu restaurata in Piemonte, Des Geneys e la sua antiquata squadretta (inizialmente composta da due lancioni e dalla mezza galera Santa Barbara, cui nel 1803 si aggiunsero la galera Santa Teresa e le mezze galere Aquila e Falco cedute dal Regno di Napoli) furono impegnati più a difendere l'isola dalle incursioni barbaresche che da ipotetiche invasioni francesi.
Con mezzi così ridotti i successi erano piuttosto radi, tuttavia il 15 settembre 1804 Des Geneys dopo un lungo combattimento catturò due navi bene armate tunisine.

Il mese precedente, dopo avere sventato una incursione nell'aerea di Carloforte, le sue navi avevano inseguito i legni pirati sino davanti a Tunisi.
Nel giugno 1806 Des Geneys era accorso in aiuto di due località aggredite dai pirati catturando una imbarcazione con ventisette tunisini, che poi furono scambiati con altrettanti sventurati isolani ridotti in schiavitù.

Nel 1811, nonostante la povertà delle proprie finanze Carlo Emanuele riuscì ad aumentare le forze e gli organici della Marina Sarda, confermando Des Geneys al suo comando con il grado di contrammiraglio.
Riorganizzata la sua flotta in due squadrette forti complessivamente di una galera, due mezze galere e quattro veloci navicelle (1) Des Geneys si dedicò soprattutto alla lotta contro la pirateria.

Il 28 luglio 1811, una delle squadrette di Des Geneys al comando del cavaliere Le May intercettò al largo di Capo Teulada tre navi corsare, catturandone due dopo una feroce lotta.

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(1) L'esiguità della piccola flotta risulta evidente dall'organico: 22 ufficiali 46 sottufficiali, 117 marinai e 324 rematori, ovvero tanti uomini quanti equipaggiavano una sola fregata di linea dell'epoca. La Marina Sarda schierava le mezze galere Falco ed Aquila, gli sciabecchi Generoso e Ichnusa, il lancione Sant'Efisio e la tartana Tirso.
Per ragioni economiche la galera Santa Teresa rimaneva di riserva, con equipaggio ridotto, che all'occorrenza era completato da volontari della Maddalena.



Governatore di Genova
e fondatore della Regia Marina

Dopo la restaurazione Des Geneys ebbe un incarico diplomatico di alto livello nell'ambito del congresso di Vienna, che nel 1814 decretò l' annessione della Liguria al Piemonte.

Data l'abilità dimostrata anche negli incarichi più delicati l'ammiraglio fu nominato governatore di Genova, ottenendo nel contempo il comando della Marina Sarda, che sotto la sua guida fu rapidamente potenziata con la costruzione delle fregate Commercio di Genova e Maria Teresa da 64 cannoni e della Maria Cristina da 44, della corvetta Tritone da 22 cannoni, dal brigantino Nereide da 14, più alcune golette ed imbarcazioni cannoniere.

A questa flotta Des Geneys, aggiunse quattro mezze galere, che seppure già superate per l'epoca, erano particolarmente adatte per dare la caccia in acque costiere alle veloci feluche piratesche nordafricane, che ancora eseguivano scorrerie sui litorali sardi.
Per fornire adeguati quadri alla Marina, Des Geneys promosse l'istituzione della Regia Scuola di Marina, che dal 1816 curò la preparazione dei nuovi ufficiali, una delle radici sulle quali doveva innestarsi l'attuale Accademia Navale di Livorno.

Durante i moti del 1821 in cui una minoranza illuminata cercò di ottenere dalla monarchia sabauda una nuova Costituzione, l'ormai sessantenne governatore di Genova corse il rischio di essere linciato da una folla di insorti con la quale aveva cercato di dialogare fidando nella sua fama di persona bene accetta ed equilibrata.
Conclusasi questa breve e turbolenta parentesi, Des Geneys si dedicò con ancora maggiore energia alla Regia Marina, tanto che in breve termine essa fu in grado di mostrare bandiera nell'Egeo e sulle coste del Nord Africa con notevole beneficio per l' immagine del Piemonte.
Nel 1822 una squadra di tre moderne fregate, scortate da naviglio minore, al comando di Des Geneys incrociò nel Mediterraneo Occidentale toccando i porti di Tunisi, Algeri e Tangeri.
L' esibizione, oltre all'effetto già accennato, portò alla stipulazione di trattati commerciali col Marocco e la Turchia.


La spedizione di Tripoli

La fine delle guerre napoleoniche aveva riportato un po' d'ordine nel Mediterraneo.
Soprattutto per il deciso intervento della Gran Bretagna, nel 1816 le varie reggenze di Tunisi, Algeri e Tripoli, dietro la corresponsione di alcuni tributi, avevano messo un freno alle scorrerie piratesche.
Tuttavia qualche anno dopo il Bey di Tripoli aveva sollecitato al Piemonte un tributo extra, con la sottintesa minaccia di una ripresa della pirateria.
Pertanto alla fine del 1825, il governo di Torino aveva deciso di inviare a Tripoli una missione diplomatica, incaricando Des Geneys di fornirle una scorta adeguata al prestigio della Regia Marina. Conoscendo l'ambiente in cui la scorta avrebbe dovuto operare, il vecchio nemico della pirateria musulmana aveva fatto le cose in grande.

Il 24 settembre le fregate Commercio di Genova e Cristina ed il brigantino Nereide avevano portato a Tripoli gli incaricati delle trattative.
Queste si erano però subito arenate di fronte al fermo rifiuto del Bey di ridurre il tributo in contestazione.
Pertanto, secondo le disposizioni già impartite da Des Geneys al comandante la divisione, capitano di vascello Sivori, nella notte sul 27, dalle fregate piemontesi si era staccata una dozzina di scialuppe, che con circa duecentocinquanta marinai avevano abbordato e messo a fuoco un brigantino, due golette ed altro naviglio minore della flottiglia del Bey ancorate alle banchine del porto.
Un grosso successo costato agli incursori un morto e alcuni feriti e circa sessanta morti e settanta feriti agli equipaggi tripolini.

Impressionato dall'ardito colpo di mano, il Bey dimezzò subito le pretese, ma soprattutto si rese conto che la pirateria contro il Piemonte non avrebbe più avuto un futuro.
Nello stesso anno la Regia Marina intervenne anche a Tunisi dove - solo mostrando la propria bandiera - ottenne dal locale Bey la restituzione di una nave da carico sequestrata senza valida ragione.


Des Geneys, un conservatore per il progresso

Sebbene fondamentalmente conservatore, Des Geneys fu uomo equilibrato ed aperto alle novità sia tecniche che politiche.
Dopo avere armato la nuova Regia Marina con eccellenti navi a vela, le sole a quell'epoca adatte alle lunghe navigazioni ed ai combattimenti, nel 1834 commissionò a cantieri britannici due piroscafi a ruote, destinati a rendere più rapidi i collegamenti fra Genova e la Sardegna.
Anche senza condividere le nuove idee politiche, Des Geneys ne fu interessato e cercò di comprenderle. Infatti rinunciò a perseguitare i responsabili dei moti di Genova del 1821.
Nel fiore degli anni era stato attirato dalle idee espresse nel 1811 da un certo Alessandro Turri.
Da questo poco conosciuto personaggio Des Geneys aveva avuto copia di un documento intitolato Memoria circa un progetto di indipendenza italiana, che si può considerare un anticipatore dell'idea dell'unità d'Italia.
Egli conservò con cura questo prezioso documento, che oggi è fra le carte Des Geneys custodite presso la Biblioteca Comunale E. Alliaudi di Pinerolo.

La morte raggiunse l'Ammiraglio, Conte e Barone Giorgio Des Geneys il 3 gennaio 1839 a Genova, dove fu sepolto nel tempio dell'Annunziata.


De Geneys e i maddalenini

Lo spirito marinaro dei maddalenini mise le ali proprio negli anni in cui più nere si addensavano le nubi sul regno sardo-piemontese e le vicende internazionali, dominate nelle convulsioni che la Francia rivoluzionaria imprimeva all'Europa, minacciando di spazzarlo via dalla scena del mondo.
Gia all'indomani delle belle vittorie di Cagliari e de La Maddalena, la coscienza di se e del proprio valore portò nei Sardi oscuri moti di inquietudine che sfociarono in una vera e propria insurrezione nella capitale dell'isola: si chiedeva il ripristino di antichi privilegi e soprattutto si pretendeva che gli impieghi governativi e pubblici fossero coperti da Sardi , e ne fossero esclusi elementi "importati" dal continente. Sul finire del 1793, l'imbelle Vicerè Balbiano fu caricato a viva forza dai Sardi su una nave veneziana e spedito a Livorno; nel viaggo fece tappa a La Maddalena, dove la presenza nella Marina di tanti isolani arruolati sulle navi, garantiva un punto di forza per il governo. Il Vicerè comunque proseguì l'itinerario previsto, liberando la Sardegna dal suo debole e inconcludente governo: i poteri furono assunti Dalla Reale Udienza, cioè dall'ordine giudiziario locale, e quindi per un certo tempo l'isola si autogovernò, sia pure in nome di S.M. il re.
Negli anni immediatamente successivi, la scena europea incominciò ad essere solcata dall'astro napoleonico. Nel 1796, Bonaparte appena nominato Generale Comandante dell'esercito francese in Italia, invase il Piemonte e Re Vittorio Amedeo fu costretto a firmare l'armistizio di Cherasco il 28 aprile e il trattato di pace di Parigi il 15 maggio. La Cessazione delle ostilità e le disastrose condizioni economiche dello Stato gli imposero la smobilitazione di gran parte delle truppe e in particolare della Marina, di cui rimasero in servizio soltanto una trentina di uomini.
Morto il Re Vittorio Amedeo, in quello stesso anno, gli succedette Carlo Emanuele IV che si trovò a regnare con i francesi in casa e con i confinanti stati di Lombardia e Liguria in aperta e continua ostilità. Anzi, nel 1798, la Repubblica Ligure gli dichiarava guerra e alla fine dell'anno la Francia si annetteva il Piemonte e i suoi territori liguri di sbocco sul mare.
Il Re fu costretto a riparare esule in Sardegna.
Era evidente che l'unica difesa dall'esterno poteva essere affidata alla flotta, ma questa era in condizioni, come si era accennato, più che precarie. I nemici di cui si aveva ragione di temere erano la Francia e i Barbareschi, eternamente presenti lungo tutte le coste . Il 3 settembre 1798 un orda di oltre mille tunisini si scatenò contro l'isola di San Pietro, nell'arcipelago del Sulcis, devastando Carloforte e facendo schiava quasi tutta la popolazione; nella vicina Cagliari non v'era nemmeno una nave sarda da mandare in soccorso. Il valoroso Vittorio Porcile, che pure era carlofortino, stazionava con i pochi legni di Sua Maestà a La Maddalena e nulla potè fare per salvare i propri isolani. Ancora nel '99 una squadra tunisina assaltò La Maddalena mentre le navi sarde erano in Missione: l'isola fu salva per l'eroismo dei suoi abitanti, comandati da Agostino Millelire, capitano del porto, che misero in fuga gli aggressori. l'altro incombente pericolo era connesso alle mire francesi sulla Sardegna per il dominio del Mediterraneo, mire che nonostante la clamorosa sconfitta subita nelle acque di Abukir nell'agosto 1798 ad opera della flotta inglese guidata da Nelson, andavano di pari passo con l'accrescersi della potenza napoleonica in Italia: conquistata tutta la penisola, la Sardegna sabauda era un anacronismo e una spina nel fianco del del Grande Corso, specie per la simpatia mai celata dei Savoia per gli inglesi.
Intorno alla meta del '99, Re Carlo Emanuele scrisse al Grande Nelson presso la corte borbonica di Napoli, dove l'ammiraglio si rifaceva delle sue ferite e fatiche tra le braccia di Lady Emma Hammilton, chiedendogli di far stazionare qualche nave della sua flotta nelle acque della Sardegna. Nelson rispose affabilmente, senza tuttavia promettere, se non un generica assicurazione verbale al latore della missiva del Re che "se mai la flotta francese minacciasse la Sardegna egli correrebbe ad affrontarla, e a combatterla....".
Non restava che accontentarsi della minuscola flotta sarda, la "squadretta", come ripetutamente con affetto la chiama l'insigne storico della marina Emilio Prasca nella sua opera "L'ammiraglio Des Geneys e i suoi tempi", guida preziosa su molti particolari di quest'epoca.
Essa era affidata fino al 1799 a Vittorio Porcile ed era composta dalla mezzagalera "Santa Barbara", dal brigantino "San Vittorio", dalla goletta "San Filippo", dalle gondole "Sardinia, Bilancello, ardita e S. Maurizio" e dallo sciabecco "Vittorio Emanuele". A questa si aggiunse in quell'anno la galera "Santa Teresa", comprata dal duca d'Aosta a Livorno e inviata a Cagliari so tto il comando di Giorgio Andreas Des Geneys, al quale il re affidò anche il comando in capo della Marina Sarda per anzianità di servizio rispetto al capitano di Fregata Porcile. Quella di Des Geneys è una delle più nobili figure nella storia del tempo; a lui va indubbiamente riconosciuto di aver fondato la Marina Militare Sarda, e in definitiva, italiana.
Nacque a Chiamonte presso Cuneo nel 1761 dal Barone Giovanni Agnes Des Geneys, al quale la moglie Cristina dei conti di Pinasca diede ben dodici figli e di cui sei maschi, tutti avviati alla carriera militare.
Il nostro, entrò in marina a 12 anni come guardiamarine di 2° classe a bordo della fregata "San Carlo" e a 19 era già lungotenente. Ebbe il suo primo comando a 21 anni sulla mezza galera "Beata Margherita", dopo essersi distinto in alcune difficili azioni contro i barbareschi a bordo della fregata "San Vittorio". Nel 1785 venne nominato comandante superiore della flotta e e nell'89 aiutante di campo del Vicerè Thaon di Revel marchese di Sant'Andrea a Cagliari.; l'anno dopo assunse anche l'incarico di comandante di quel porto.
Tornato in mare, partecipò alle complesse vicende della guerra contro la francia, distinguendosi sempre per eroismo e per intelligenza strategica e diplomatica; per un certo periodo la flotta sarda si unì a quella inglese della quale faceva parte Nelson con l' "Agamemnon".
Dopo la conquista francese di Tolone, Des Geneys, cadde prigioniero a bordo della fregata "Alceste" catturata dai francesi; la prigionia durò più di due anni, fino alla fine della guerra.
Le carriere militari di Des Geneys e Nelson, più anziano del primo di soli tre anni, corrono parallele per tutta la fase della giovinezza: anche Nelson entrò in marina a 12 anni ed ebbe il primo comando a 21, percorrendo più o meno le stesse tappe del suo collega piemontese, con la non trascurabile differenza che egli prestava servizio nella flotta più potente del mondo, mentre Des Geneys fu allevato fra le ristrettezze della più povera. Entrambi furono dei geni, ma mentre in Nelson si sviluppò un'eccezionale facoltà di visione strategica, accompagnata da un coraggio illimitato, nell'italiano invece maturò la straordinaria capacità organizzativa, insieme con la dimensione dell'ottimo amministratore, come si conviene a chi sempre si trovò a fare i conti col centesimo. Entrambi erano di un innata facilità di rapporto con i sottoposti, di una comunicativa immediata che li faceva istintivamente amare e rispettare. Entrambi erano profondamente umani, ma nell'intrasigente esercito della disciplina e della giustizia; non si conosce di loro un solo favoritismo.
Nell'età matura, Nelson costruì la vittoria per la sua patria, Des Geneys costruì la Marina, cioè la difesa per una patria non ancora definita nei suoi confini territoriali, ma che si sentiva prepararsi negli eventi del mondo.
Per entrambi Napoleone era il nemico da battere, mentre il servizio al propio Re era l'unico assoluto ideale al quale dedicarono la vita.
Eppure, nonostante queste affinità di destino, e pur apprezzando le reciproche qualità, i due grandi uomini non si capirono mai e, quando si trovarono insieme a La Maddalena, evitarono accuratamente ogni rapporto.
Nel 1799 era stato nominato Vicerè di Sardegna Carlo Felice, fratello di Re Carlo Emanuele, di cui erano noti il profondo attaccamento all'isola e la tempra energica; Il Re frattanto, di ben più modesto temperamento, errava esule tra le corti di Napoli, toscana e Pontificia, cercando appoggi per una futura restaurazione nei sui domini.
Quando Des Geneys assunse il pesante incarico di Comandante della Marina Sarda, ebbe almeno nel Vicerè un interlocutore attento e appassionato, anche del tutto privo di mezzi, col quale intraprendere la sua opera di gestione.
La Storia di quegli anni, così bene tratteggiata dal Prasca nella sua opera, è tutto un intreccio di calcoli per tenere in servizio il minimo di difese sufficenti alla difesa dell'isola, facendo ruotare l'armamento delle poche navi e tenendone alcune in disarmo, costruendo piccole torri litoranee di difesa, la dove non si poteva giungere con i navigli, controllando al centesimo la manutenzione dei legni, le munizioni, il vitto dei marinai, scovando fonti di possibile finanziamento. L'autore citato riporta un'elenco di tali fonti da una relazione di Des Geneys di qualche anno più tardi, che mi sembra molto interessante: Sussidio ecclesiastico, Peschiere, Tonnare, Diritti di ancoraggio, Diritti di tonnellaggio, Prodotto bolle, Diritto di spedizione, Coralline, Fondi provenienti dalla vendita di corallo e altre tasse.
Ma come mantenere una difesa valida con le entrate di uno Stato ormai ridotto alla sola Sardegna con non più di 300.000 sudditi, per lo più poverissimi? Eppure ciò che non risultava possibile con la logica della matematica, Des Geneys lo realizzò con la conoscenza degli uomini e l'intuizione strategica e organizzativa, e Carlo Felice con la diplomazia.
Des Geneys intuì che il cuore della difesa marittima del regno era La Maddalena e il suo arcipelago, e ciò non soltanto per la felicissima posizione strategica, ma per la vocazione marinara dei suoi abitanti. Conosceva tutto di la Maddalena e delle bocche di Bonifacio, per avervi prestato servizio a bordo della "Beata Margherita" e conosceva l'indole eroica, disciplinata e autonoma degli uomini dell'isola imbarcati sulle navi di Sua Maestà. Di Questi uomini l'Ammiraglio scriverà al Re, dieci anni più tardi, di poter sempre contare su di loro a un solo suo cenno, "Come ho già avuto più volte prova di sperimentare essendo tutta la popolazione accorsa in massa quando sono stati da me richiesti.".
E il Prasca commenta che, "per iniziativa e impulso di Des Geneys , la piccola isoletta delle bocche di Bonifacio andava trasformandosi in quell'incomparabile vivaio di eccellenti marinai da guerra che sino ai giorni nostri rimane". Nello stabilire a La Maddalena la base della Marina all'inizio del secolo, Des Geneys sapeva anche di poter fare pieno affidamento sul comandante di quella piazza, Agostino Millelire, che tante prove di valore e di fedeltà aveva già dato. Nel 1802 Re Carlo Emanuele abdico in favore del fratello Vittorio Emanuele I, di lui ben più vigoroso e fiero e subito dopo il Vicere Carlo Felice e il suo ammiraglio misero in moto una penetrante opera di convincimento per il potenziamento della flotta. Così nell'anno successivo, quest'ultimo potè andare a Napoli a ritirare due nuove mezze-galere, "Aquila" e "Falco", cedute a prezzo moderato da quella corte alla Sardegna, e nuovi cannoni per la "Santa Teresa".
Per la lotta contro i barbareschi e i contrabbandieri, Des Geneys si adoperò anche alla fortificazione del porto di Porto Torres e della costa settentrionale oltre a far effettuare un minuzioso e continuo pattugliamento delle bocche di Bonifacio dalla squadretta di La Maddalena.
Dal canto loro, sia il nuovo sovrano sia il fratello Vicere di Sardegna non avevano mai cessato di intrattenere ottimi rapporti con l'Inghilterra, anche quando negli ultimi due anni, la sua flotta era stata estromessa dal Mediterraneo dall'avanzata di Napoleone.
Tale Attività diplomatica sortì i suoi effetti quando il Paese amico decise di riprendere il dominio su questo mare, affidando a Horatio Nelson il comando supremo della flotta Mediterranea.


Stemma araldico del casato dell'ammiraglio Des Geneys

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