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Giuseppe Garibaldi
La famiglia dei Garibaldi era oriunda di Chiavari e si trasferì in Nizza verso la fine del secolo VIII. Il nome (Gar o Garde-bald) farebbe pensare a un'origine tedesca e antica, mentre alcuni vorrebbero proceda in retta linea da Garibaldo duca di Torino, e da tutta quella non interrotta progenie di capitani di mare, di uomini d'armi e di magistrati. Paghi, quanto a noi, come il nostro eroe, di antenati meno illustri e più certi, ci basta essere sicuri di questo: che verso la metà del secolo scorso viveva in Chiavari un Angelo Garibaldi di vecchia ed onesta casata di capitani di mare ed armatori, capitano ed armatore egli stesso; che quell'Angelo andò a stare verso il 1780, con tutta la famiglia a Nizza; che in quella famiglia v'era un figlio di nome Domenico, e che questi, sposata Rosa Raimondi di Loano, divenne il padre di cinque figli, tra cui il nostro Giuseppe.
Domenico Garibaldi, o come lo chiamavano i compagni del porto, Padron Domenico, non fece studi di sorta; imparò la nautica sui bastimenti del padre, e, a forza di navigare, più per pratica che per teoria crebbe abile ed esperto marinaio. Rimasto orfano e padrone di un po' di ben di Dio, non lasciò per questo l'arte paterna; armò bastimenti di suo, ne prese il comando egli stesso e li portò con alterna fortuna, ma sempre con onore, per tutti i porti del Mediterraneo. Non oltre però: poiché per cimentarsi alle lontane navigazioni e perfino ai più vicini scali di Levante gli fecero difetto la portata dei bastimenti e le cognizioni del navigatore. Rimase sempre un modesto capitano di cabotaggio, pratico di tutti i paraggi del mare ligure da girarvi ad occhi chiusi, da non temere rivali sulla poppa della sua tartana, la Santa Reparata, sicuro come in casa sua; ma incapace di uscire dal giro tradizionale della sua vita, ed alieno dal rischiare il suo patrimonio borghese sopra tavolieri troppo vasti e rischiosi. «Del resto» – dice il Guerzoni – «bravo uomo, cuor largo, probo, servizievole, benevolo, quindi beneviso».
Ma più viva e venerata di Padron Domenico, dura in Nizza il ricordo della moglie Rosa Raimondi, o per chiamarla con il nome pieno di riverente affetto con cui la conobbe sempre il popolo di Nizza: la signora Rosa. Discendeva da una casa popolare, ma benestante, di Savoia, venuta in Loano; era donna di bellezza non comune, di costumi semplici e modesti, e di straordinaria pietà. Nessuno però avrebbe potuto accusarla di melensa bacchettoneria; osservava senza farisaismo come senza vergogna le pratiche del suo culto: ma sapeva, e lo dimostrava coi fatti, che la vera religione di Dio è essenza del bene, amore dei simili e fiamma di carità. E come il cuore così eletta aveva la mente. Fin da fanciulla aveva potuto far tesoro di qualche istruzione; amava molto le letture, intendeva, meglio forse del marito, i segni del suo tempo e le segrete vocazioni del suo secondogenito di cui sentiva maturare con amore atterrito la pericolosa grandezza. Del resto passava le ore che le consentivano le cure domestiche al letto degli ammalati, distribuiva con sapiente larghezza gran parte del suo ai poveri, e diveniva per la sua gentilezza e carità tanto popolare, specialmente negli umili quartieri del Porto. Bastava nominare la signora Rosa perché tutti corressero con il pensiero a colei che n'era, in un certo senso, la fata benefica. Ma nessun maggiore elogio di Rosa Garibaldi delle parole che il figliuolo stesso, le consacrava nelle sue Memorie. Anche del padre rammenta con gratitudine la vita laboriosa ed onorata, gli sforzi fatti per la sua educazione, il rammarico d'avere retribuito di così scarsi frutti tante cure e tanti sacrifici. Ma quando viene a parlare della madre gli erompe dal cuore tale un grido d'affetto e di riconoscenza, che nessun figlio non potrebbe maggiore. «Mia madre, lo dichiaro con orgoglio, era il modello delle madri e credo con questo avere detto tutto. Uno de' miei maggiori rammarichi sarà quello di non poter fare felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice, la cui vita io amareggiai tanto coll'avventurosa mia vita. Soverchia fu forse la di lei tenerezza, ma non devo io all'amor suo, all'angelico di lei carattere il poco di buono che si rinviene nel mio? Alla pietà di mia madre, all'indole sua benefica e caritatevole, alla compassione sua verso il tapino, il sofferente, non devo io forse la poca carità patria che mi valse la simpatia e l'affetto dei miei disgraziati ma buoni concittadini? Oh!... benché non superstizioso, certamente non di rado, sul più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell'Oceano, dalle grandini del campo di battaglia mi si presentava genuflessa, curva al cospetto dell'Altissimo, l'amorevole mia genitrice implorando per la vita del nato delle sue viscere!... ed io credevo all'efficacia della preghiera!».
Come si legge, Garibaldi, al pari di Mazzini, narrò l'ascendente che la madre ebbe sulla sua vita. Il sorriso materno aleggia sempre nelle vite dei grandi uomini.
Il solo ritratto di donna che si vedeva in Caprera al capezzale di Garibaldi, era quello di una bella vecchia, con il capo avvolto in un fazzoletto rosso, che sorrideva dolcemente: il ritratto della madre. Garibaldi, dal marzo 1852 non festeggiava più il proprio onomastico, perché quel giorno coincideva con l'anniversario della morte della madre, ed era giorno sacro alla sua memoria. Dal che si vede che l'amore vero può suggerire le più affettuose raffinatezze della pietà anche ai lupi di mare.
Peppino era il vezzeggiativo con cui Garibaldi era chiamato in casa; finché giunse il giorno in cui i Nizzardi lo chiamarono monsu Pepin. Egli veniva secondo fra quattro altri fratelli. Angelo, che l'aveva preceduto, Michele, Felice, ed una sorella, che lo avevano seguito. Angelo, la testa quadra della famiglia, il braccio destro del padre, fu uomo di molta perizia e riputazione negli affari mercantili e marinareschi e finì negli agi, console di Sardegna, negli Stati Uniti d'America. Michele si dedicò più specialmente al navigare; divenne capitano marittimo; non uscì quasi mai dalla modesta penombra dell'arte sua e morì il 21 luglio 1866. Felice lasciò dietro a sé la nomea di elegante zerbino; esercitò con qualche fortuna il commercio; fu agente per molti anni della casa Avigdor a Bari, e morì non ancora vecchio nel 1856. La sorella, bambinetta ancora, avvolta per funesto caso dalle fiamme, morì orrendamente bruciata.
La casa di Garibaldi era sì modesta, ma vi regnava il benessere, vi sorrideva l'amore, vi splendeva l'onestà. «Il padre la nutriva col lavoro, dice il Guerzoni; la madre la santificava colla pietà; la gaia brigata dei figliuoli rallegrava de' suoi strilli argentini, del suo moto rumoroso, de' suoi innocenti trastulli. Tutti insieme diffondevano attorno al domestico focolare quell'aura di pace serena e di pura letizia, che non era forse troppo omogenea alle spirituali ginnastiche del pensiero, ma che certamente era più d'ogni altra propizia a custodire e fortificare, colla salute del corpo, quella altresì più preziosa ed importante, la salute del cuore, che è la più vitale condizione d'ogni vera grandezza».
È facile immaginare come crescesse in quella casa, da quei genitori, sotto il cielo di Nizza, lungo quel mare, il nostro Giuseppe. Noi ce lo figuriamo un bel ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo azzurro e profondo, dalle membra snelle e tarchiate, che cresce libero e selvaggio ai venti e al sole della sua costiera nativa, che passa le giornate ad arrampicarsi su per le sartie dei bastimenti paterni, a sguazzare e tuffarsi nell'acqua, a ruzzolare e fare alle braccia con i monelli del porto, a correre per la montagna a caccia d'uccelli e di grilli, ed a frugare la scogliera a pesca di ricci e di granchi. Con quell'indole e quella tempra, il ragazzo fu maestro a sé stesso degli esercizi corporei. «Imparai – diceva – la ginnastica arrampicandomi su per le sartie, o lasciandomi sdrucciolare giù pei cordami: la scherma tentando di difendere da me la mia testa e di spaccare quella de' miei avversari; l'equitazione prendendo a modello i migliori cavalcatori del mondo e studiandomi di far come loro. Quanto al nuoto, dove e quando l'imparassi, non mi sovviene, mi sembra di averlo sempre saputo e d'esser nato anfibio. Però quantunque tutti quelli che mi conoscono sappiano che sono stato sempre restio a fare il mio elogio, dirò molto schiettamente e senza crederlo un vanto, che io sono uno dei più gagliardi nuotatori che esistano. Non bisogna dunque attribuirmi merito alcuno se, mercé questa gran fiducia che ho sempre avuto in me, non ho mai esitato a buttarmi nell'acqua per salvare la vita d'uno de' miei simili».
«Ed a queste mirabili attitudini del corpo» – dice il Guerzoni – «rispondevano, già adeguate e conformi, le qualità dell'animo; non tutte forse le qualità; ma quelle due principalmente che più gli erano necessarie per sollevarsi dal volgo e drizzare la nativa gagliardia delle membra a nobile meta: il coraggio e la bontà. Il coraggio gli veniva dalla natura, che fin da bambino gli aveva cinti i nervi d'una corazza impenetrabile a tutte le impressioni della paura e radicata nell'animo, quella non sapremmo dire se provvida o improvvida, inconsapevolezza del pericolo, che pare talvolta colpevole follia, ed è l'inconscia virtù dei fanciulli e degli eroi. Della bontà poi, egli stesso ripeteva il dono da Dio e da sua madre, e non ne pretendeva per sé merito alcuno».
Tutto ciò che era piccino, debole, disgraziato, sin da giovinetto lo toccava e lo impietosiva. Era già in lui pietà virile, operosa, pugnace; quella pietà che si sdegna dell'ingiustizia, si ribella alle prepotenze, fa sua totalmente la causa degli oppressi e dà lietamente il sangue e la vita per essi. A otto anni aveva già tratto dalle acque di un fosso profondo una vecchia lavandaia che vi annegava, manifestandosi così intero fin da allora l'eroe dell'umanità. A tredici salvava, gettandosi a nuoto nel Varo, una barca di compagni prossimi a naufragare. Non poteva veder soffrire non solo gli uomini, ma neppure gli animali. L'uomo che, muovendo contro il nemico, sostava ad ascoltare il canto d'un usignolo; che balzava dal letto prima dell'alba per cercare tra gli scogli o nel monte l'agnello smarrito e recarselo sulle spalle alla madre; che s'accendeva di sdegno tutte le volte che sorprendeva un soldato a maltrattare senza ragione il cavallo, era quello stesso fanciullo che a sette anni, fatto prigioniero un grillo e, nel maneggiarlo troppo inavvedutamente, strappatagli una gamba, fu preso da tanta pietà per il povero animaluccio e da tale rimorso della propria crudeltà, che ne pianse amaramente.
Padron Domenico pensò per tempo all'educazione intellettuale del secondogenito e lo mandò a scuola; ma Giuseppe, insofferente di una esistenza troppo quieta, propose un giorno a tre suoi compagni, Cesare Parodi, Raffaele De Andreis e Celestino Berman, di fuggire a Genova. «Detto fatto! – scriveva – Prendiamo un battello, imbarchiamo alcuni viveri ed attrezzi da pesca, e voga verso levante. Già eravamo all'altura di Monaco, quando un corsaro, mandato dal mio buon padre, ci raggiunse e ci ricondusse a casa mortificatissimi. Un abate che ci aveva veduti partire, svelò tutto».
Tra' suoi maestri conservò cara memoria, specialmente di padre Giaccone e d'un tale Arena.
«Col primo trattai pochissimo» – scrisse Garibaldi – «più intento allora a divertirmi che ad imparare, e mi rimase quindi il rimorso di non aver studiato l'inglese, rimorso risuscitato in ogni occasione della mia vita, in cui mi sono trovato con inglesi. Poi essendo il padre Giaccone di casa, nocevami la troppa famigliarità. Al secondo, eccellente militare, io devo il poco che so, soprattutto riconoscenza d'avermi avviato nella lingua patria colla lettura della storia romana».
Giuseppe ancora ragazzo si diede a navigare. Il padre capì che di quel figliuolo altro non poteva farsene fuorché un marinaio. Il primo viaggio fu per Odessa con il brigantino Costanza, capitano Angelo Pesante. Non dimenticò mai quel suo primo tirocinio nel mare. Era ben felice! Il secondo viaggio fu a Roma con il padre a bordo della tartana Santa Reparata, che era carica di vino. Era l'anno 1825 (l'anno del famoso giubileo). In questo tragitto corse gran rischio. La tartana fu investita da una bombarda francese e fu un miracolo, girato il Capo Mele, riuscire a riparare in Alassio. Trascorsi 55 anni, Garibaldi doveva rammentarsi di quell'avventura, cioè quando vi ritornò l'8 novembre 1880.
Lo studio della storia romana, fatto con l'Arena, gli fece apprezzare fin da quel tempo tutta la decadenza di quella nobile città. «...La Roma ch'io scorgevo nel giovanile mio intendimento» – scrisse – «era la Roma dell'avvenire, coll'idea rigeneratrice d'un popolo conculcato dalla gelosia dei potenti, perché nato grande, perché marcato all'indice delle prime nazioni che fuor da lui furono guidate all'incivilimento!... Roma mi diventava cara sopra tutte le esistenze mondane, ed io l'adoravo con tutto il fervore dell'anima mia non solo nei superbi propugnacoli della grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue cose! E racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, l'amor mio per Roma, non isvelandolo se non che per esaltare caldamente l'oggetto del mio culto. Anziché scemarsi il mio amore per Roma si ingagliardì colla lontananza e coll'esilio...».
Fu a Cagliari sul brigantino Enea, poi in altri luoghi a bordo di bastimenti della casa Gioan. In questi viaggi per tre volte il bastimento in cui si trovava fu preso dai pirati e fu spogliato tutto l'equipaggio. In questi assalti, Garibaldi, come egli stesso ricordò, imparò a famigliarizzarsi con il pericolo e ad accorgersi, che senza essere Nelson, per la grazia di Dio, poteva al pari di lui domandare: «Che cosa è la paura?».
In un viaggio con il brigantino Cortese, capitano Carlo Semeria, cadde ammalato a Costantinopoli, dove dovette rimanere anche dopo guarito a causa della guerra che ferveva tra la Russia e la Porta. In quel tempo gli riuscì, per le raccomandazioni del suo medico, certo Diego, d'impiegarsi come maestro di calligrafia, di lingua italiana e francese in casa di una signora vedova Timoni, la quale aveva tre figliuoli. Trascorse alcuni mesi in quell'ingrato compito, quindi, appena poté, riprese a navigare imbarcandosi con il capitano Antonio Casabona sul brigantino Nostra Signora delle Grazie, che fu il primo che Garibaldi comandò in seguito quale capitano effettivo, e come tale inscritto il 27 febbraio 1832 nella Matricola dei Capitani della Direzione di Nizza.
Si avvicinava il tempo in cui l'Italia doveva nuovamente tentare di spezzare le sue catene, e in Tangarog, la città russa, al cospetto dei cosacchi, Garibaldi scriveva:
Nell'età giovanil...
Là sui ghiacci del Ponto giurava
Per la terra natale morir.
Un giovine di Oneglia, Giovanni Battista Cuneo, emigrato politico, gli aveva acceso in quella lontana terra un grandissimo il sentimento di italianità. Strano a dirsi! Il Nicese doveva nella Russia, nel paese più schiavo d'Europa, intravedere il suo avvenire patriottico. Da Tangarog di nuovo a Costantinopoli, dove i Sansimonisti gli inspirarono il concetto cosmopolita. Durante la traversata conobbe fra gli altri Ferdinando di Lesseps, che stava ideando il taglio dell'Istmo di Suez, Feliciano David, che pensava alle Melodie del deserto, e Barrault, capo dei Sansimonisti. E trent'anni dopo Garibaldi scriveva: «Prima di conoscere Barrault amavo la patria e dacché lo conobbi, amo gli uomini».
Nel ritorno da un viaggio dall'Oriente nell'anno 1833, giunto a Marsiglia, Garibaldi conobbe un tale chiamato Covi, il quale lo presentò a Giuseppe Mazzini. Franco e leale, Garibaldi amava la franchezza e la lealtà; dunque, alla sola esposizione della dottrina predicata dalla GIOVANE ITALIA, accettò di farne parte, tanto più che aveva l'animo straziato per le uccisioni politiche avvenute in quel tempo in Piemonte.
L'Associazione era stata fondata da Mazzini, appunto in Marsiglia, nell'anno 1832, con lo scopo di eccitare l'odio verso i tiranni e costituire l'Italia in nazione Una, indipendente, libera, repubblicana. Nell'Associazione, Garibaldi assunse il nome di Borel. Ricevette istruzioni e partì per prendere parte ad un movimento che doveva scoppiare in Genova. La sua missione era specialmente quella d'impadronirsi, alla prima vittoria dei Repubblicani, della fregata Des Geneys della regia Marina Sarda, nella quale era stato inscritto marinaio di terza classe, e precisamente a bordo della nave suddetta con il nome di Cleombroto. La sua impazienza però non gli permise di seguire esattamente quanto gli era stato tracciato. Volle prendere parte attiva all'azione, corse in Piazza Sarzano, dove, era voce, si dovesse assalire la caserma dei carabinieri; ma la debolezza e l'imperizia dei capi soffocò al suo nascere il progetto. Eguali cause avevano fatto fallire la spedizione di Savoia, comandata dal Ramorino (gennaio 1834). Manipoli di soldatesche circondarono la Piazza per arrestare i facinorosi, e Garibaldi fece appena in tempo a correre dentro la bottega di una fruttivendola. Questa donna, saputo chi fosse, lo nascose e gli procurò un travestimento da contadino. Erano le 7 ore della sera del 5 febbraio 1834. Con l'aria di uno che vada a passeggio, Garibaldi usciva da Genova dalla Porta Lanterna per cominciare, con tutti i suoi dolori, quella vita di esilio, di lotta e di persecuzione che non gli lasciò requie per molti anni.
Dopo un penoso cammino di dieci giorni, viaggiando quasi sempre di notte, giunse a Nizza, dove andò difilato alla casa di una sua zia, Giuditta Cerone Lavagna, che abitava in Piazza della Vittoria, premendogli di rendere informata la famiglia di quanto gli era accaduto. Dopo essersi riposato un giorno, riprese la via dell'esilio, vestito di abiti femminili della Lavagna, abiti che presto si tolse per riprendere i virili.
Lasciamo descrivere allo stesso Garibaldi l'avventura accadutagli nell'entrare in Francia.
«La notte susseguente mi rimisi in cammino accompagnato da due amici, Giuseppe Taun ed Angelo Gustavin. Giunti al Varo lo trovammo ingrossato dalle piogge; ma per un nuotatore della mia forza non vi erano ostacoli. Lo attraversai per metà a piedi e per l'altra metà a nuoto. I miei due amici rimasero dall'altra parte del fiume. Gettai loro un segno di addio. Ero salvo, o quasi salvo. Pieno di fiducia m'incamminai verso un corpo di guardia di doganieri. Dissi loro chi ero, e perché avessi lasciato Genova. I doganieri mi dichiararono loro prigioniero sino a nuovo ordine, e che un tale ordine l'avrebbero chiesto a Parigi. Pensando che ben presto avrei trovato il modo di fuggire non feci la più piccola resistenza. Mi lasciai condurre a Grasse e da Grasse a Draghignano. Quivi mi rinchiusero in una camera del primo piano la cui finestra aperta dava su di un giardino. Mi avvicinai alla finestra come per guardare il giardino – dalla finestra al suolo vi erano quindici piedi – feci un salto, e intanto che i doganieri, meno lesti o più amanti delle loro gambe, scendevano la scala per raggiungermi, io mi trovai sulla grande strada, e da questa m'internai nella montagna. Non conoscevo punto la via, ma ero marinaio. Mancandomi la terra, mi restava il cielo, gran libro su cui ero solito leggere la mia direzione. Coll'aiuto delle stelle cercai raccappezzarmi, e mi diressi verso Marsiglia. Il giorno dopo di sera, giunsi in un villaggio del quale non ho mai saputo il nome, avendo ben altro a fare che di domandarlo.
Entrai in un albergo. Un giovane ed una giovane si scaldavano vicino alla tavola, la quale non aspettava che la cena. Chiesi qualche cosa da mangiare: dal giorno antecedente non avevo assaggiato grazia di Dio. L'oste mi offrì di sedermi a tavola e di cenare in compagnia sua e di sua moglie. Accettai. La cena era buona, il vino del paese squisito, il fuoco ristoratore. Io provai uno di quei momenti di gioia che si provano, passato un pericolo, e quando credesi aver più nulla a temere. L'oste si rallegrò meco del mio eccellente appetito e della mia faccia allegra. Gli risposi che l'appetito non era straordinario, stanteché non avevo mangiato da diciotto ore. Quanto al mio volto allegro, la spiegazione era semplice – nel mio paese, probabilmente ero sfuggito alla morte – in Francia alla prigione. Ciò detto non potevo più fare un mistero di quanto mi era accaduto. L'oste sembravami franco, la moglie di lui buona, e loro raccontai ogni cosa. Allora, a mia grande meraviglia, vidi la faccia dell'oste diventare oscura. “Or bene” – gli domandai – “che cosa avete?”. “Ho” – mi rispose – “che dopo la fattami confessione, in buona coscienza, credo aver diritto di arrestarvi”. Non volendo prendere sul serio tale risposta, cominciai a ridere. Del resto uno contro uno, non c'era al mondo barba d'uomo che potesse farmi paura. “Benissimo” – gli dissi – “arrestatemi! Avremo tempo di farlo alle frutta. Lasciate che finisca la cena – padrone di farmela pagare il doppio – perché io ho ancora fame». E continuai a mangiare senza mostrare la menoma inquietudine. Ma ben presto mi accorsi che se l'oste avesse avuto bisogno di aiuto per mettere in esecuzione il progetto manifestatomi, l'aiuto non gli sarebbe mancato.
Il suo albergo era il luogo di convegno della gioventù del villaggio; ogni sera vi si radunava per bere, suonare, chiedere notizie, e parlare a tutto pasto di politica. Gli avventori incominciarono, a poco a poco, a riempire la sala, e, in meno d'un'ora, vi si trovò raccolta una dozzina di giovanotti; – quei giovani giuocavano alle carte, bevevano e cantavano. L'oste non aveva più parlato di arrestarmi, e nullameno non mi perdeva di vista. È ben vero che, non avendo valigie, il mio equipaggio non poteva essere mallevadore per conto della cena. Avevo pochi scudi in saccoccia; li feci suonare; parve che quel tintinnio tranquillasse l'albergatore.
Scelsi il momento in cui un bevitore, in mezzo a mille evviva, aveva terminata una canzone, la quale aveva avuto uno splendido successo, afferrai un bicchiere ed esclamai:
“Ora a me!”.
E cominciai ad intonare la canzone: Il bon Dio di Béranger.
Non avendo migliore fortuna, avrei potuto fare il cantante: ho una voce da tenore, che, ben diretta, avrebbe potuto prendere una grande estensione. I versi di Béranger, la franchezza colla quale erano cantati, la fratellanza del ritornello, la popolarità del poeta rapirono gli uditori. Mi fecero ripetere due o tre versetti, in ultimo mi abbracciarono gridando: “Viva Béranger! Viva la Francia! Viva l'Italia!”. Dopo un così lieto successo non si poteva passare all'arresto: l'oste non ripeté parola, di modo che non seppi mai se avesse parlato sul serio, o se avesse voluto farmi uno scherzo. Passammo la notte a cantare, a giuocare ed a bere; poi, all'alba, tutta l'allegra comitiva si offrì per accompagnarmi: onore che accettai, e ci separammo alla distanza di sei miglia».
Il 25 febbraio Garibaldi giungeva a Marsiglia. Qui leggeva sul Popolo Sovrano che era stato condannato a morte come bandito di primo catalogo, ed esposto alla pubblica vendetta. Era la prima volta che si parlava di lui in un giornale. Visto che il suo nome era noto alla Polizia, pensò di cambiarlo con quello di Pane, e visse ospitato da un suo amico, Giuseppe Paris. Dileguatesi tutte le speranze di veder risorgere l'Italia, decise di allontanarsene. Era sul punto di partire da Marsiglia, e si trovava a bordo del brigantino Unione in quel porto, quando un improvviso rumore attirava la sua attenzione. Guardava e vedeva in mare un giovinetto in lotta con le onde e prossimo a soccombere. Nessuno degli astanti osava strappare quella vittima alla morte. Fu un istante. Prima che gli spettatori fossero rinvenuti dallo stupore, il giovinetto era salvo alla riva. Garibaldi era sparito. Ma la famiglia del salvato, una delle ragguardevoli di Marsiglia, lo faceva cercare e lo trovava. Il padre del giovinetto, che era il generale Rambaud, lo ringraziava con effusione e lo pregava ad accettare un ricco dono.
«La vostra mano», rispondeva Garibaldi. «Stringete cordialmente questa e sarò pago. Un dono sarebbe un avvilimento».