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1849 Valle dell'Aniene

Giuseppe Garibaldi

Poco più di centocinquant'anni fa, la Comunità di Roviano dovette penare non poco per riavere indietro un prestito fatto al comune di Arsoli in occasione del passaggio della Legione guidata da Giuseppe Garibaldi. Ciò risulta da una serie di documenti conservati nell'Archivio storico comunale. Sono atti che si aggiungono ai vari studi effettuati nella valle dell'Aniene ed accrescono di altre piccole tessere il già grande mosaico sul leggendario generale e sulla sua numerosa e "bellicosa" famiglia, in particolare del ramo Ricciotti, che presto, nella ex-villa di Riofreddo troverà un proprio e significativo spazio nel Museo delle Culture.
Questi documenti, tuttavia, non avrebbero granché valore se decontestualizzati. Perciò li accompagniamo con alcune essenziali notizie sui fatti svoltisi intorno al 1849 nella media ed alta valle dell'Aniene che vide, tra l'altro, con il maranese Tito Livio Mariani, reggere le sorti della Repubblica Romana.

Marzo 1849 : da Rieti ad Arsoli con la I° Legione

"Da Roma ritornai a Rieti, dopo la proclamazione della Repubblica Romana": scrive Garibaldi nelle sue "Memorie", affermando che 1'8 febbraio 1849 alle undici di sera, fu uno dei primi "a proclamare colla quasi unanimità quella Repubblica di sì gloriosa memoria, e che sì presto dovea esser schiacciata dal gesuitismo collegato come sempre all'autocrazia europea".
Verso la fine di marzo, poco prima dello sbarco dei francesi a Civitavecchia, ebbe l'ordine di marciare per Anagni con la Legione al fine di contrastare l'esercito borbonico. La I° Legione era composta da circa 1.200 uomini, di cui sessanta di cavalleria, duecento oltre il limite impostogli "dal Ministero di Roma", preoccupato dalla forza garibaldina poco disciplinata e, al contrario, dalla debolezza della Guardia Nazionale.
Vi avevano aderito giovani volontari appartenenti quasi tutti a famiglie distinte ed era "priva dell'elemento contadino per cura dei reverendi ministri della menzogna". Questo rammaricava e nello stesso tempo inorgogliva il generale, poco diplomatico con la penna come con la sciabola. C'era, tuttavia, chi sosteneva che tra i reclutati ci fossero anche sbandati e malviventi.
Comunque, il fatto che la sua Legione superasse il numero autorizzato, gli procurava altri problemi, oltre a quelli che aveva per far fronte al normale pagamento "del misero soldo", costretto a ridurlo anche agli ufficiali. Giornalmente, infatti, doveva sborsare circa 13 bajocchi a soldato, mentre un capitano ne riceveva 87 e un maggiore 1 scudo e 33 bajocchi. Ed era sicuramente per prevenire preoccupanti malumori, al di là dei nobili ideali della sua truppa per la Repubblica, che il generale autorizzava i suoi a pretendere continuamenete dai comuni, come vedremo, in particolare del denaro e, spesso, a tollerare inique requisizioni di beni mobili e, forse, anche piccole ruberie.
La marcia della I Legione verso Anagni fu difficoltosa: "per le scoscese alture... con la neve che imperversava" e pure perché "pioveva a dirotto, e le fronde dell'annose quercie battute dal vento aumentavano gli effetti della pioggia". Comunque, come ricorda con enfasi Garibaldi, "le robuste popolazioni della montagna" accoglievano con entusiasmo i garibaldini dandogli legna per il fuoco, viveri e carica morale e i "dirupi risuonavano dagli evviva alla libertà italiana". Tra quelle popolazioni c'erano anche gli abitanti di questo nostro territorio, allora appartenente allo Stato Pontificio, in verità molto divise tra chi confermava il sostegno ai vecchi regimi e chi entusiasticamente parteggiava per ogni rivoluzione, purché terminasse il governo clericale e dei signorotti dell'aristocrazia romana.
Lasciato Rieti, Garibaldi ed i suoi sostarono ad Orvinio e poi a Vivaro Romano dove si sistemarono nella chiesa parrocchiale. Fu innalzato l'Albero della libertà e Garibaldi venne festeggiato con bevute in piazza e grida inneggianti alla Repubblica. Ma il paese non era a maggioranza repubblicano, anzi fece sempre "resistenza passiva" al nuovo governo, rallentando la vita amministrativa e boicottando in tutte le maniere. Arrivarono a Vallinfreda, paesino dove la simpatia per i Piemontesi da parte di qualche signorotto della famiglia Bencivenga era nota anche alla polizia pontificia, ma sembra senza entrarvi.
Discesero per Riofreddo, che attraversarono tranquillamente, visto che già dal 9 marzo un "picchetto garibaldino" era acquartierato nei locali del convento di S. Giorgio, punto strategico di osservazione al confine con lo Stato borbonico.
La Legione raggiunse Arsoli il 16 di aprile. Qui fece una sosta alquanto movimentata di due giorni. Ad Arsoli, infatti, era attivo un gruppo di repubblicani che, tra l'altro, già a marzo, in occasione delle elezioni amministrative, aveva provveduto ad erigere l'Albero della libertà e a demolire gli stemmi simbolo del potere temporale del papa.
Garibaldi "appena arrivato chiese al Comune la somma di 200 scudi d'argento, pane, alloggi e quant'altro necessario per la sosta di tre giorni...Gli ufficiali, tra i quali era il cappellano Ugo Bassi, e Garibaldi alloggiarono nel castello Massimo accontentandosi di due stanzette tra il primo e il secondo piano; il generale minacciò di gravi sanzioni i soldati che avessero saccheggiato il castello".
Inoltre, con la lettera che segue, rinvenuta nell'archivio Passeri, Garibaldi chiese al comandante della Guardia nazionale mobile di Arsoli di fornire ai suoi soldati dei "coturni", una sorta di calzature dalla suola assai alta e resistente.

Comando della 1° Legione Italiana
Cittadino Colonnello
della Nazionale Mobile
in Arsoli

Arsoli, addì 17 Aprile 1849

Le strade difficoltose ed il cattivo tempo, che non ha intermesso da Rieti sin qua, mi sforzano a farvi domanda, Cittadino Colonnello, delle Centotrenta circa paia di coturni, che intendo stare presso il Comando vostro in deposito.
Salute a voi e fratellanza
Il Comandante la Legione
G. Garibaldi

Sicuramente il colonnello accondiscese. Non mancarono, tuttavia, ritorsioni violente verso il clero, in particolare contro l'arciprete Giovanni Battista Lanciotti. Questi, a seguito dell'editto di Pio IX del gennaio 1849 con il quale si vietava ai cattolici di partecipare alle votazioni per la Costituente, sfidando apertamente i repubblicani arsolani, aveva letto dall'altare la sera del 20 gennaio la scomunica "accompagnandola con tutti quei commenti, che potevano attendersi da un degno allievo di sì degnissimi maestri. Ciò fu causa che qualcuno di quei semplici popolani si astenesse per scrupolo di coscienza di recarsi alle sale del collegio elettorale". L'azione del clero, comunque, fu determinante nel favorire un notevole astensionismo. Non "qualcuno", infatti, ma in molti non andarono a votare: " a Vivaro su 285 uscirono 10 voti, a Vallinfreda dei 228 iscritti nelle liste nessuno votò. A Riofreddo votarono 21 su 280 e ad Arsoli 14 su 318". A Vicovaro, invece, su 192 iscritti i votanti furono 9.
Il parroco venne interrogato da Garibaldi e, mentre tornava a casa, fu colpito da un giovane garibaldino al basso ventre che lo fece stare per parecchio tempo male.
Alcune avanguardie garibaldine fecero puntate nei paesi vicini di Anticoli Corrado e Roviano per controllare la situazione, favorire l'erezione dell'Albero della Libertà da parte di comitati locali e sicuramente per convincere queste municipalità a contribuire alla raccolta dei 200 scudi richiesti ad Arsoli, in qualità di capoluogo del Circondario.
Ad Anticoli Corrado "l'Albero fu realizzato con una trave di legno sottratta al parroco il quale, però, alcuni giorni dopo fece cadere l'Albero della libertà senza che ci fosse reazione alcuna. Il Priore di Anticoli Corrado giustificò, addirittura, il sacerdote affermando che l'Albero era caduto perché urtato da alcuni giovenchi".

Il passaggio di Garibaldi nei documenti dell'Archivio di Roviano (1850-51) e la vertenza con Arsoli

Il Marchionne, a ragione, amaramente scriveva: "Durante la guerra del Risorgimento Italiano dal 1848 al 1870 l'azienda comunale, per l'eccessivo rigore dell'autorità ecclesiastica, veniva per lo più affidata a priori analfabeti ciechi strumenti nelle mani dei furbi, e ciò non senza gravissimo danno...tanto che non si rinvengono neppure gli atti municipali dell'epoca precitata che furono dispersi o conservati in casa di privati cittadini".
Caduta la Repubblica Romana, il clero, i nobili e i possidenti locali ad essi legati tornarono al governo delle varie municipalità e fecero sparire tutto quanto scritto e fatto dai repubblicani. Rispetto al Marchionne, tuttavia, noi siamo stati più fortunati.
Nell'Archivio Comunale di Roviano abbiamo ritrovato una cartella, probabilmente del segretario comunale, con sopra scritto "Minutario del Anno 1850 - 1851" e contenente una serie di documenti riguardanti la restituzione di un prestito di 20 scudi fatto al comune di Arsoli per soddisfare le richieste di Garibaldi. Non ci dicono nulla su come la popolazione di Roviano abbia partecipato o meno ai moti risorgimentali, ma al di là dell'interesse storico che pure hanno, essi ci aiutano a scoprire una delle cause, probabilmente, del perché i rapporti tra arsolani e rovianesi sono sempre stati difficili, pieni di rivalità e segnati da guerre fin dal medioevo.
Nel foglio n. 1 è riportata la minuta di una lettera indirizzata al Monsig.re Presid.te di Comarca Cardinale Altieri, dove si legge la seguente reiterata protesta del presidente municipale M. Tiritante:
" La tardanza della restituzione del prestito di scudi 20 fatto da questo Comune nel passaggio di Garibaldi come già esposi a V.ra Ecce.nza Re.ma col mio foglio n. 57 dei 20 Settembre del cessato anno porta un esquilibrio alla Cassa Comunale ed un danno all'interessi della Comune, per cui per la sollecitudine del risultato devio la regola della trafila e mi diriggo nuovamente all'Ecce.nza V.ra Re.ma acciò possa essere ultimata la cosa in tempo debito, ond'è che stà benissimo come espone il Ven. Dispaccio di V.ra Ecce.nza Re.ma del 27 Novembre scorso anno n. 8207, che a seconda del Ven.o Dispaccio della Presidenza del 6 Luglio pur del passato anno n. 6229 ordinasse al Priore di Arsoli di prontamente versare nella Cassa del Battaglione della ora soppressa Guardia Civica il denaro richiesto in sussidio alle Comuni del Circondario, per far fronte alle requisitorie delle truppe Garibaldine; ma questo Comune fin dal giorno 17 Giugno sodisfece il Colonnello Del Gallo la quota della metà dell'anno in scudi 14:57 come da sua riceuta esistente appiè del mandato, per cui a sodisfare tale spesa fino a tutto Agosto resta un residuo di scudi 4:68. Quindi è che ora versi pure il Sig. Priore di Arsoli la sud.a somma di scudi 4:68 e restituisca al Comune di Roviano il restante in scudi 15:32 per poterlo rincassare. Che se i scudi 20 in Boni sono calati del valore in mano del Priore di Arsoli questo è stato per colpa del med.o ovvero del Sig. Colonnello, mentre dopo aver questo Comune sodisfatte le spese del Battaglione molto prima del Dispaccio 6 Luglio non ha mancato per replicate volte prima di detta epoca domandare la restituzione dei scudi 20 ma sempre invano, per conseguenza non è giusto che questo Comune perda il calo di scudi 7.
Ora vengo umilmente a pregare V.ra Ecce.nza Re.ma acciò voglia abbassar l'ordine della restituzione pregandola di sollecitudine mentre con sensi di vera e perfetta stima mi dichiaro
Roviano, lì 8 Gennaro 1850"

Il ritrovamento di questo documento è molto importante perché innanzitutto ci conferma che a contribuire alla raccolta della somma dei 200 scudi richiesta da Garibaldi ad Arsoli furono "obbligati" anche gli altri comuni del Circondario (Vivaro, ad esempio, sborsò 15 scudi); quindi ci informa che pure a Roviano in quel periodo circolavano i "Boni" i quali non solo venivano rifiutati dai commercianti, come pure negli altri paesi, ma, una volta fallita la Repubblica Romana, svalutarono velocemente.
Una missiva spedita lo stesso giorno al Sig. Tomassucci (sicuramente il Procuratore in Roma per conto del Comune, visto che a piè pagina si parla di "onorarj degl'anni decorsi 1848 e 1849") chiarisce meglio quest'ultimo aspetto.
In essa si legge che "la Presidenza rimandò al Priore di Arsoli le somme sborsate dalle Comuni compresa quella del Comune di Roviano, ma quel Priore...ritenne tali somme per sodisfare le spese del Battaglione Civico..." e che in cambio mandò "un bono, a 3 ore di notte, di scudi 20 quando questa moneta era calata e che fu ricusata perché calante di scudi 7 a danno della Comune"(13).
Il Comune di Roviano, però, aveva già pagato quasi tutto quanto gli spettava per il mantenimento del Battaglione, per cui giustamente ed energicamente rivendicava la restituzione del prestito. Ma il Priore di Arsoli era sordo anche "agli ordini pressanti emanati più volte" dal cardinale Altieri, tanto che le lagnanze continuarono e il 19 settembre 1850 il Presidente Municipale Tiritante richiese la concessione "delle gravatorie contro il Comune di Arsoli" (prot. N. 71 del Minutario...).
Con molta probabilità soltanto in ottobre Roviano riuscì a farsi accreditare la somma dei restanti 15,32 scudi, forse "rivalutati". Lo si deduce da un'ulteriore lettera del 16 settembre 1850 indirizzata a Domenico Picconi di Rocca Canterano, forse Esattore del Comune, "nella cui Cassa di deposito del suo avere" erano stati prelevati i 20 scudi. In essa il Tiritante scrive che "si sta brigando per riaverla e che quasi è ultimata...suppongo sicuramente possa essere su i primi dell'entrante Ottobre".

Da Subiaco a Roiate ...

La mattina del 18 aprile Garibaldi lasciò Arsoli e marciando sulla Sublacense raggiunse nel pomeriggio Subiaco. Qui, già dal gennaio 1849 erano arrivati 160 granatieri e fucilieri per mantenere l'ordine e il Generale alloggiò proprio in casa di Luigi Moraschi Matricola, un maggiore del Battaglione Civico. Il resto della Legione fu acquartierato principalmente nella caserma della Rocca Abbaziale.
Dopo che fu issato l'Albero della Libertà in Piazza S. Andrea, il cappellano della Legione, Ugo Bassi, tenne alla numerosa popolazione accorsa un vigoroso discorso a favore della Repubblica e della Libertà. Fu abbattuto lo stemma pontificio, requisite tutte le bestie da soma ai frati francescani e "nelle ore della notte un commando assalì il seminario, ricoprendo di insulti i superiori ed espellendo tutti i seminaristi".
Accaddero altri fatti di violenza che così racconta in un rapporto segreto al Prefetto di Polizia di Roma, che conferma come Garibaldi fosse "controllato", il Governatore di Subiaco:

"...Nel soggiorno qui fatto pochi individui della medesima (Legione) si abbandonarono a violenze con le donne, e nelle osterie dove cibaronsi, e commisero pure qualche furtarello, nonché uno di questi si rese responsabile di ferimento mortale sopra un di lui collega...
Ieri dopo mezzogiorno il Generale surripetuto partì alla testa della sua colonna alla volta di Alatri, dopo di aver ricevuto dal Comune molti oggetti di calzature e denaro nella somma di scudi quattrocento da esso richiesti con modi obbligatori e risoluti, meno che porzione della cavalleria ed una compagnia di fanteria che questa mane ha preso commiato per raggiungerlo.
Nell'atto della partenza di ieri stesso il succitato Generale dispose la fucilazione alle spalle del legionario resosi responsabile del ferimento in discorso ed uno dei ladri ristretto in queste pubbliche carceri a sua disposizione, che il tutto venne puntualmente effettuato e la fucilazione puntualmente eseguita alla distanza di circa due miglia dalla Città..."
Lì 20 aprile 1849 Il Cittadino Governatore Distrettuale F. Fallocco

Sull'entità della somma richiesta da Garibaldi per pagare i suoi soldati e la guerra in difesa della Repubblica Romana, si hanno notizie discordanti. Secondo il Governatore, come visto, furono 400 scudi, per il Caronti, invece, "la taglia fu di cinquecento scudi...duecento paia di scarpe e una quantità notevole di viveri". Secondo un rapporto, citato dal De Nicola, del Preside della Provincia di Rieti al Ministero dell'Interno "le spese sostenute dalla Comunità di Subiaco per vetture, alloggio, soldo, vestiario, viveri ed altro...ammontarono a 900 scudi".
Il soggiorno di Garibaldi a Subiaco, comunque, non viene segnalato dagli studiosi solo per questi fatti crudelmente bellici. La notorietà dei monasteri benedettini sembra non averlo lasciato indifferente. "Certamente Garibaldi sentì il fascino del luogo e forse non gli mancò un minimo di interesse religioso. Infatti volle visitare da solo con un monaco ed un ufficiale i due monasteri..."
Ma la riservata visita ai monasteri, probabilmente, rientra invece nell'ambito della dibattuta vicenda, ormai chiarita ed accettata dagli storici, che vuole i frati di S. Scolastica in quel periodo schierati con la Repubblica Romana.
Sul fatto, che vide protagonista l'abate Marincola e il marchese repubblicano Eugenio de Riso, fratello di un monaco sublacense, ha scritto un illuminante e convincente saggio Annibale Ilari. Dopo aver esaminato tutti gli atti del processo che riguardarono il monastero, conseguente alla restaurazione del governo pontificio, così scrive :
"la conclusione è che il monastero di S. Scolastica abbia costituito il punto di smistamento dei patrioti del Regno di Napoli che si recavano a sostenere le sorti della Repubblica Romana. Subiaco poi era sempre stato in sintonia con i moti rivoluzionari risorgimentali ricorrendo poi a travestimenti monastici...Né va dimenticato che i monaci scolasticensi erano in ottime relazioni con Tito Livio Mariani...che invitarono a mensa il 21 settembre 1848 insieme con il fratello".
L'adesione dei sacerdoti alla causa repubblicana non fu limitata ai soli monaci di S. Scolastica nell'alta valle dell'Aniene. Un altro protagonista fu don Angelo Capponi, arciprete di Roiate che, dopo la proclamazione della Repubblica, si portò a Roma e "fu visto a piazza Colonna ad arringare i Romani a fianco di Angelo Brunetti, il grande e popolare oratore romano detto Ciceruacchio".
Partito da Subiaco, Garibaldi salì verso Affile. Qui, dopo aver apprezzato l'ottimo cesanese che gli offrirono i contadini locali, divise la Legione in due Battaglioni di 600 uomini circa ciascuno. Uno si diresse per gli Altipiani di Arcinazzo fino a Fiuggi-Anagni e l'altro, guidato da lui, raggiunse Roiate, poi Olevano, Paliano e Anagni.
Fu accolto entusiasticamente dai cittadini di Roiate, e cinque di loro si unirono ai garibaldini dalle parti di Olevano.
Combatterono e vinsero con Garibaldi a Palestrina e Velletri. Poi due di loro, Paolo Bovi e Francesco Sales, morirono a Roma nella battaglia di porta S. Pancrazio, mentre gli altri tre tornarono in paese dopo la caduta della Repubblica.

Il 3 luglio 1849 Garibaldi lasciò Roma per intraprendere, insieme ad Anita, la leggendaria fuga per mezz'Italia, braccato da tre eserciti nemici. Giunse a Tivoli presto e si sparse il panico. Richiese dapprima 2.000 scudi per la truppa, ma dovette contentarsene di 725,94, dando in cambio carta moneta maggiorata del 10 per cento. In questa occasione si lamentarono inique requisizioni a danno di contadini, che però vennero risolte dallo stesso Garibaldi. Alle 18 la Legione partì verso Terni. La Repubblica Romana, mercè i Francesi, era defunta.



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